PISTOIA – Giunto quest’anno alla sua decima edizione, il premio Dialoghi di Pistoia, una opera fotografica di Aurelio Amendola, quest’anno è stato consegnato a Emmanuel Carrère, tra i più importanti e apprezzati autori contemporanei.
Promosso da Fondazione Caript nell’ambito dei Dialoghi di Pistoia, il riconoscimento viene conferito ogni anno a una figura del panorama culturale internazionale che abbia posto al centro del proprio lavoro il valore del dialogo, della conoscenza e dello scambio tra culture, contribuendo alla comprensione del presente e delle relazioni umane.

Il Premio, promosso dalla Fondazione Caript, è conferito da una giuria formata da: Luca Gori e Cristina Pantera, rispettivamente presidente e vice presidente della Fondazione Caript, dalla direttrice Giulia Cogoli e dagli antropologi e consulenti scientifici del festival Marco Aime, Adriano Favole, Andrea Staid ed Elisa Brivio.
Scrittore, sceneggiatore e regista, Carrère ha costruito un’opera capace di intrecciare racconto autobiografico, indagine sul reale e riflessione sociale, trasformando storie individuali in strumenti di interpretazione del nostro tempo.

La motivazione del premio: «Emmanuel Carrère ha ridefinito i confini della letteratura contemporanea. Nella sua produzione letteraria e cinematografica, il racconto personale si fa universale per esplorare storie, geografie ed epoche diverse. Con straordinaria sensibilità Carrère fa risuonare la grande Storia dentro la cronaca familiare e le tappe più intime della vita dentro i destini del mondo. La sua scrittura, elegante e affilata, non arretra mai davanti alle ombre o ai tabù. Nella sua ultima opera Kolchoz, libro-summa della sua intera produzione, la geopolitica si specchia nei ricordi e nell’indagine analitica, rivelando che tutto si tiene, che il mondo è un intreccio. Carrère ci insegna che la ricerca della verità non è un esercizio intellettuale, ma una necessità vitale, una sorta di bussola per orientarsi e resistere nelle tempeste della storia e nelle avversità della vita. È per queste ragioni che siamo lieti di assegnargli il Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia 2026, come riconoscimento per un lungo percorso di scrittura e pensiero.»
Al termine della consegna, Emmanuel Carrère si è dichiarato fiero di ricevere il premio e conseguentemente di essere entrato a far parte di una lista che contiene nomi illustri di personalità italiane e straniere. Fra queste lo scrittore israeliano David Grossman; il drammaturgo e saggista nigeriano Wole Soyinka, la fisica ed economista indiana Vandana Shiva; lo scrittore Luis Sepúlveda; lo scrittore Claudio Magris; la scrittrice Dacia Maraini; l’antropologo e scrittore indiano Amitav Ghosh; il giornalista, scrittore e autore di programmi culturali Corrado Augias; la sociologa Chiara Saraceno.

Di seguito è salito sul palco lo scrittore Paolo Di Paolo che ha dialogato con Carrère sulla sua capacità di mettere in gioco sé stesso nella narrazione attraversando temi personali e collettivi con uno sguardo insieme letterario e civile.
Emerge con chiarezza che per Carrère scrivere rappresenta una vera e propria vocazione che lo porterebbe a farlo anche se dalla pubblicazione dei libri non ricavasse sostentamento economico. La sua è per sua stessa ammissione una scrittura relativista, nelle storie che racconta ricerca gli aspetti più importanti per avere così una visione dall’alto, più essenziale e precisa. Riscoprire la gioia e la felicità dell’infanzia aiuta a sapere di più su se stessi, non è grave invecchiare.
In merito all’ultimo romanzo Paolo Di Paolo dice che molti lettori ne vengono coinvolti dall’aspetto del perdono verso i genitori, nel libro racconta di suo nonno che, durante la seconda guerra mondiale era stato collaborazionista dei tedeschi e del conseguente conflitto con la madre. Cita una frase di Oscar Wilde, “All’inizio i figli amano i genitori; diventando grandi li giudicano; qualche volta li perdonano”, Però questa cosa funziona, dice, anche nell’altro senso, verso la fine della sua vita, mia madre mi ha perdonato.
Alla domanda: Quanto conta la capacità di uno scrittore di mettersi nei panni di qualcuno che non è lui e raccontare cosa sente? Carrère non risponde direttamente ma cita un episodio della sua vita: “Un giorno ho incontrato un vecchio prete che per 50 anni aveva confessato le persone e gli ho chiesto che cosa aveva imparato in tutti questi anni. Soprattutto due cose, mi ha detto, che la gente è molto più infelice di quanto si creda e poi che non ci sono persone “adulte”nel senso dell’età, ma hanno mantenuto qualche cosa del bambino che è rimasto in loro e che può far anche piangere”.
“Bisogna cercare di imparare sempre di più, la vita è un processo di miglioramento di se stessi, avere più coscienza, avere delle vedute più ampie per vivere meglio e amare di più”.

Emmanuel Carrère è uno scrittore, sceneggiatore e regista francese. Con il libro Io sono vivo e voi siete morti del 1993, biografia dedicata a Philip Dick, inizia a lavorare sul suo stile unico. L’indagine del reale è ancora più centrale nel romanzo L’Avversario (2000), e in Vite che non sono la mia (2009), cui seguono Facciamo un gioco, e La vita come un romanzo russo. Nel 2011 Limonov, pluripremiato in Francia, è divenuto caso letterario internazionale. È del 2003 il suo primo lungometraggio Ritorno a Kotelnitch. Nel 2005 adatta per il cinema il suo romanzo I baffi.
Per la tv firma numerose sceneggiature tratte da libri di Simenon, e la serie di successo Les Revenants. Il suo film Tra due mondi (Ouistreham) del 2021, ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs del 74° Festival di Cannes.
In Italia è pubblicato da Adelphi, fra i titoli più recenti: A Calais (2016), Propizio è avere ove recarsi (2017), Yoga (2021), V13 (2023) Ucronia (2024), Kolchoz (2026). Ha vinto svariati premi, tra i quali il Prix Femina, il Prix Duménil, il Prix Renaudot e il Prix Médicis.










