di Enrico Becchi
PISTOIA – L’inquinamento atmosferico è stato definito dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come la peggior minaccia ambientale per la salute umana, una minaccia che costa oltre 7 milioni di vittime nel mondo ogni anno.
Con questa consapevolezza, per la prima volta dal 2005, lo scorso settembre proprio l’OMS ha ridisegnato i confini delle concentrazioni massime consigliate per alcuni tipi di inquinanti.
Viene da chiedersi, allora: ma che aria si respira oggi nella piana Prato-Pistoia? La sua qualità è migliorata nel corso degli anni? E, se teniamo conto di queste nuove linee guida, che cosa ci dicono i monitoraggi? Diciamo intanto che, in Toscana, i “sorvegliati speciali” delle centraline Arpat sono le polveri fini PM10 e PM2.5, il diossido di azoto (NO 2 ), l’ozono (O 3 ), il monossido di carbonio (CO), il diossido di zolfo (SO 2 ), l’idrogeno solforato (H 2 S), il benzene (C 6 H 6 ), il benzo(a)pirene (BaP) e metalli pesanti come piombo, arsenico, nichel e cadmio. In generale, per questi inquinanti esistono limiti da non superare per media oraria, media giornaliera, media annuale e per i giorni all’anno in cui un superamento di questi limiti può essere tollerato.

Da tenere presente, poi, che i limiti di legge, fissati secondo direttive europee, non sempre corrispondono ai valori consigliati da OMS. Detto questo, se andiamo a guardare i dati, sia per la Toscana che per la piana Prato-Pistoia, ne emerge un quadro fatto di luci e di ombre.
Fra i lati positivi, secondo l’Irse (Inventario Regionale sulle Sorgenti di Emissione), fra il 1995 e il 2017 le emissioni di inquinanti come SO X , NO X , CO, H 2 S, NH 3 (ammoniaca) e COVNM (composti organici non metanici) si sono più che dimezzate.
Nell’arco del 2020, i limiti legai di quei “sorvegliati” che abbiamo detto prima (ad eccezione di O 3 ) sono stati rispettati nel 90-100% delle stazioni toscane. Nel caso delle centraline di Pistoia e Prato, i valori di PM10, PM2.5 e NO 2 sono in costante diminuzione dal 2011 e al di sotto dei limiti legali; quelli di CO e benzene rientrano anche nei nuovi limiti OMS.
Fra i lati negativi, le concentrazioni di O 3 rimangono al di sopra dei limiti legali nel 60% delle centraline toscane, comprese quelle di Prato e Pistoia, e al di sopra dei valori OMS sia vecchi che nuovi nel 100% dei casi.
Le emissioni di PM10 in Toscana, fra 1995 e 2017, sono sì diminuite, ma molto meno rispetto ad altri inquinanti, e comunque non di quanto sarebbe necessario. E infatti, già con i vecchi limiti OMS, la percentuale di centraline toscane che rispettava quelli di PM10 e PM2.5 nel 2020 oscillava fra lo 0 e il 58%; è il caso di quelle di Prato e Pistoia, dove tutte rispettano i valori legali, ma nessuna quelli nuovi consigliati da OMS.
Ma, se questo è il quadro generale, esistono casi particolari in positivo e in negativo? Che cosa si può dire a proposito delle sorgenti di questi inquinanti? E soprattutto: quali soluzioni si possono applicare? Una strategia promettente per rispondere a queste domande si può osservare a Prato.
Nel 2019, il CNR (Centro Nazionale delle Ricerche) si è aggiudicato un bando europeo del tipo U.I.A. (Urban Innovative Actions), destinato a progetti per monitorare e migliorare la qualità dell’aria.
Il Comune di Prato ha deciso di aderire, e così, fra luglio 2021 e oggi, è partito il progetto “AirQino”: nelle zone urbane e suburbane della Provincia sono state installate 30 centraline, capaci di misurare temperatura, umidità relativa, CO 2 , CO, O 3 , NO 2 e particolato PM10 e PM2.5.
Le centraline Arpat rimangono le uniche con valore legale, ma le normative europee prevedono anche l’impiego di altri strumenti di supporto, se questi possono fornire indicazioni utili per le criticità e le soluzioni da adottare. E infatti, essendo più economiche e quindi più numerose, molte le centraline AirQino sono state collocate intorno ai tre siti di Estra, Macrolotto 0 e via Turchia che rientrano nel progetto “Prato Urban Jungle”: lo scopo è proprio quello di monitorare la qualità dell’aria prima, durante e dopo gli interventi di “giungla urbana”, in modo da capire se possono rappresentare una delle tante soluzioni all’inquinamento.
Bisognerà attendere un anno prima che la rete di centraline fornisca delle informazioni significative, perché bisogna tener conto delle variazioni stagionali. Però si tratta di un approccio che può consentire di ottenere dei dati più dettagliati sulle concentrazioni degli inquinanti, sulle sorgenti e sulle strategie per risolvere il problema.
Nel frattempo, comunque, ricordiamo che le maggiori sorgenti e le maggiori soluzioni si conoscono già. In Toscana, secondo i dati dell’inventario Irse e del progetto Patos (Particolato Atmosferico in Toscana), le
maggiori fonti di inquinamento sono il trasporto su gomma, i processi di combustione domestica (biomass per il riscaldamento) e agricola (abbruciamenti), i processi di combustione industriale e le attività di produzione agricola.
Si può intuire, quindi, in che direzione debbano andare le soluzioni: sostenibilità della filiera agricola, riqualificazione energetica, e fare più spazio alla mobilità elettrica, pubblica e leggera.







