mercoledì, Settembre 9, 2026

“La bottega del caffè”: una commedia borghese tra equivoci e calunnie

FIRENZE – Una commedia dal sapore agrodolce, tra equivoci e bugie, ingenuità e calunnie, che fa riflettere sui rischi delle “false parole” nelle relazioni sociali.

Al Teatro della Pergola di Firenze è andato in scena “La bottega del caffè”, atto unico scritto da Carlo Goldoni nel 1750 e considerato uno dei lavori più interessanti del commediografo veneziano: al suo interno, infatti, si possono già ritrovare numerosi elementi caratteristici e ricorrenti del “teatro borghese” goldoniano, che verranno poi ulteriormente sviluppati nelle opere successive.

Una scena della commedia “La bottega del caffè” (foto di Simone Di Luca)

L’ambientazione borghese e cittadina fa da sfondo alle relazioni e ai colloqui tra i vari personaggi, mettendo in luce vizi e virtù del mondo mercantile e ponendo l’accento su una società borghese assai dinamica e in rapido mutamento, com’era quella veneziana di metà Settecento, fra una nobiltà in declino e nuovi ceti borghesi emergenti e rampanti.

E poi, filo conduttore dell’intera commedia, c’è il tema della parola, o meglio di quella “falsa parola” che da semplice chiacchiericcio e gusto del pettegolezzo può diventare falsità, offesa e calunnia, mettendo in cattiva luce persone innocenti e incolpevoli, facendo sembrare qualcuno assai diverso da ciò che è veramente e offendendo in maniera gratuita l’onorabilità e il buon nome degli altri.

Un tema, quello della calunnia e delle false accuse, che sta molto a cuore a Goldoni: lui stesso ne sperimentò gli effetti negativi nel corso della propria vita e della propria carriera teatrale, non mancando di attirare su di sè le invidie e le maldicenze degli avversari.

E proprio il costante richiamo alla pericolosità delle “malelingue”, seppur condotto con lo strumento dell’ironia, rende quest’opera estremamente attuale: oggi più che allora, a causa della diffusione dei social e dei mezzi di informazione, dobbiamo stare in guardia dal proliferare di falsità e calunnie che possono rovinare chi le subisce senza aver commesso alcun torto.

La commedia si apre su un tipico “campiello” veneziano, nei giorni del carnevale: sulla piazzetta si trovano un negozio di barbiere, la bottega del caffè del signor Ridolfo, l’appartamento di Lisaura, bellissima ex ballerina, e la casa da gioco del signor Pandolfo, nella quale si intrattengono a giocare gran parte del giorno e della notte il conte piemontese Leandro e il mercante Eugenio, con quest’ultimo che si trova costantemente a chiedere pegni e prestiti per saldare i debiti di gioco.

In questa opera goldoniana ogni personaggio appare già tratteggiato in maniera ben definita dal punto di vista sociale e psicologico: Ridolfo è simbolo del piccolo borghese onesto e operoso, alieno ai vizi e dedito al proprio lavoro, personaggio “positivo” della commedia che si sforza di aiutare gli altri e di ricomporre le situazioni di conflitto e scontro; Pandolfo è l’imprenditore cinico e senza scrupoli, che non si preoccupa della moralità e fa affari sul vizio del gioco, emblema di una borghesia mercantile rampante e amorale; Leandro, che conte in realtà non è, impersona la decadenza e la crisi della vecchia aristocrazia, ormai ridotta a fregiarsi di un blasone e di titoli senza valore.

Ma al centro dell’azione, anche quando non compare di persona in scena, c’è sempre don Marzio (interpretato da Michele Placido), gentiluomo napoletano “di buon cuore” ma dalla lingua senza freni: non solo ama entrare in maniera impudente negli affari altrui e fare da confidente agli “amici”, per poi non tenere segreti i loro fatti privati e spifferare tutto alla prima occasione; ma rimettendo insieme voci, chiacchiere, mormorii, notizie prese qua e là senza alcuna verifica e alcun fondamento, prova gusto nel “seminare zizzania” tra i personaggi con i quali interloquisce, offrendo di ciascuno un ritratto distorto e falso. Se Ridolfo cerca di “riunire”, don Marzo si diverte (in maniera ingenua e in buona fede, come lui stesso ammette?) a separare e dividere, facendo da “megafono” ai pettegolezzi della piazza e “interpretando” situazioni, parole e comportamenti secondo il proprio modo distorto di vedere la realtà.

L’esito finale delle vicende dei personaggi sarà positivo per molti di loro, grazie alla rivelazione degli equivoci, al perdono e alla ricomposizione dei conflitti che li avevano divisi. Ma lo svelamento della realtà, adesso sotto gli occhi di tutti, porta all’esclusione e all’emarginazione di don Marzio, accusato in coro da tutti di essere uno spione, un calunniatore, un falso amico, un impiccione che con i suoi discorsi non ha certo contribuito a risolvere i problemi, anzi li ha aggravati.

Arrabbiato e sconsolato, don Marzio abbandona il campiello e se ne torna a Napoli: la sua “sconfitta” segna il trionfo della verità ma mitiga il carattere lieto del finale, lasciando allo spettatore il giudizio sugli effetti che pettegolezzi, illazioni e segreti provocano sulle relazioni umane e sociali.

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