PISTOIA – Tracce e testimonianze di un illustre passato in un edificio di piazza Duomo che un tempo ospitava la “chiesa dei cavalieri” di Pistoia.
Presso il vertice settentrionale di piazza del Duomo, tra via Tomba di Catilina e Ripa della Comunità, in un edificio a uso civile occupato da una caffetteria e uno sportello informativo al piano terra, uffici comunali e abitazioni al primo e al secondo piano, sono ancora ben visibili i segni di una struttura preesistente, oggi inglobata e trasformata in un palazzo incastonato in questo angolo del centro storico della città, tra il Palazzo Comunale e la Torre detta di Catilina.

Passandoci a fianco, anche il visitatore più distratto può notare che antiche strutture sono sopravvissute alle modifiche avvenute nel corso dei decenni e che dall’edificio emergono tracce e segni di un passato forse addirittura millenario, tutto da conoscere e riscoprire.
La parte inferiore di un’abside circolare ancora visibile all’ingresso di Ripa della Comunità, un lacerto di un arco semicircolare con alternanza di marmi bicromati che compare accanto a una finestra, una successione di una trentina di bande orizzontali sempre con marmi bicromi alternati all’imbocco di via Tomba, come caratteristica delle “chiese zebrate” pistoiesi: tutti elementi architettonici che ci rivelano la preesistenza in questa precisa area della città di una chiesa romanica, in seguito soppressa e scomparsa e attualmente visibile solo in queste poche ma significative testimonianze della sua antica presenza.
L’esistenza di un edificio religioso è attestata già da un documento del 979, in piena età ottoniana, ma si può supporre che la sua fondazione fosse antecedente e risalente addirittura al periodo carolingio, andando a costituire un importante polo religioso insieme alla vicina chiesa di San Salvatore, al limite del quadrante settentrionale della Pistoia altomedievale. Di questa chiesa primitiva si hanno pochissime notizie, ma è possibile che la sua costruzione fosse legata al percorso della diramazione della via Cassia che attraversava la città, per uscire dall’area urbana attraverso quella che dopo l’anno Mille è menzionata come “porta Guidi”, una delle porte principali che si aprivano lungo il tracciato della prima cerchia di mura.

La chiesa, intitolata a santa Maria, a partire dal XI secolo è menzionata come Santa Maria Maggiore, anche per distinguerla dalle altre due chiese bassomedievali presenti a Pistoia e con identico titolo: Santa Maria Forisportam, in seguito inglobata nel vestibolo della Basilica dell’Umiltà, e Santa Maria “in burgo Guitteradi”, nota ai pistoiesi con il nome ben più diffuso di San Biagino e oggi sconsacrata e adibita a spazio espositivo.
Nel corso del Duecento, in concomitanza con un periodo di grande vivacità culturale e lo sviluppo della grande stagione architettonica del romanico pistoiese, anche Santa Maria Maggiore, come molte altre chiese di fondazione altomedievale, andò incontro a un radicale restauro che apportò pesanti modifiche alla sua struttura originaria. La ricostruzione di età romanica portò la chiesa ad acquisire un’orientazione piuttosto inconsueta, con l’abside rivolto non a oriente ma a sud, contro il fianco del Palazzo Comunale, e ad essere decorata nell’intera facciata con un elegante paramento in pietra a bande alterne di marmo bianco di Carrara e serpentino di Prato, tipico dell’architettura pistoiese.
Per la sua posizione centrale, affacciata su piazza Duomo e quindi sul cuore della vita politica, civile e religiosa della città, la chiesa acquisì nel corso del Trecento una certa rilevanza, divenendo la sede di congregazioni di sacerdoti e confraternite, come quella dei Pellegrini, che proprio da qui prendeva le mosse per andare a Roma in pellegrinaggio durante gli anni giubilari.

Centralità, capienza, eleganza delle strutture dovevano essere le caratteristiche che distinguevano questa chiesa ancora alle soglie dell’età moderna, tanto che venne scelta nel corso del Quattrocento – come più volte ricordato dalle fonti – come luogo in cui si svolgevano le cerimonie pubbliche di investitura dei cavalieri. Un impulso decisivo in tal senso fu forse dato dalla fondazione nel 1562 dell’Ordine di Santo Stefano ad opera del granduca Cosimo I, ordine religioso-cavalleresco legato alla regola benedettina che registrò una discreta diffusione soprattutto come strumento politico nelle mani di un potere granducale in rapida via di affermazione e di consolidamento.
Da questo legame con le investiture dei cavalieri pistoiesi la chiesa divenne nota come Santa Maria Cavaliera, e tale è rimasta per secoli nella memoria cittadina, anche quando nel corso del Seicento e del Settecento andò incontro a un progressivo e inesorabile declino, perdendo la propria rilevanza nella “gerarchia” delle chiese cittadine e presentando crescenti problemi dal punto di vista architettonico a causa di mancati interventi di restauro.

Non sorprende quindi che Santa Maria Cavaliera, sempre più trascurata, fu tra le “vittime” più illustri delle soppressioni ecclesiastiche volute dal vescovo Scipione de’ Ricci nel corso della sua azione riformatrice della Chiesa pistoiese: nel 1783 la parrocchia venne soppressa, la chiesa sconsacrata e l’intero edificio venduto a privati per far posto a botteghe e abitazioni attraverso la costruzione di nuove stanze su tre piani nello spazio occupato dall’ex navata.
Si ebbe così, nel volgere di pochi anni, lo smembramento dell’ex chiesa e la sua completa riconversione a uso civile, testimoniato anche dalle belle finestre tardo settecentesche in pietra che compaiono sulla facciata. Ma dietro queste, ecco che da epoche ben più remote fanno capolino i segni di un antico e nobile passato, quando pellegrini e sacerdoti, vescovi e cavalieri animavano la vita di Santa Maria Cavaliera.











