lunedì, Agosto 17, 2026

La donna non ha bisogno di essere protetta: ha bisogno di essere rispettata

di Fabrizio Geri

C’è qualcosa di profondamente inquietante in una politica che continua a parlare delle donne attraverso la categoria della “protezione”, anziché attraverso quella dei diritti, della libertà e dell’uguaglianza.
Le dichiarazioni attribuite a Roberto Vannacci sul patriarcato e sul ruolo della donna meritano una riflessione seria e non possono essere liquidate semplicemente come l’ennesima provocazione. Il problema, infatti, non riguarda soltanto le parole utilizzate, ma la concezione della società che quelle parole sembrano sottintendere.
Dire che la donna debba essere “protetta” rischia di riproporre un modello paternalistico nel quale l’uomo viene implicitamente collocato nella posizione di chi protegge e la donna in quella di chi deve essere protetta. Ma una società moderna dovrebbe partire da un principio molto più semplice: le donne non hanno bisogno di essere protette dagli uomini; hanno bisogno di essere rispettate come persone pienamente libere e titolari degli stessi diritti.
La protezione, quando è necessaria, deve essere quella delle istituzioni nei confronti di chi subisce violenza, discriminazione o abuso. Non può diventare una giustificazione per limitare l’autonomia delle donne o per attribuire loro un ruolo sociale prestabilito.
Ed è proprio qui che il tema diventa politico. Se si vuole contrastare la violenza sulle donne, non bastano slogan identitari o dichiarazioni muscolari. Servono educazione all’affettività e al rispetto, una scuola capace di formare cittadini consapevoli, un sistema giudiziario efficiente, servizi sociali adeguati, sostegno alle vittime e politiche del lavoro che garantiscano alle donne indipendenza economica.
Il problema è che, troppo spesso, il populismo preferisce la frase ad effetto alla complessità delle soluzioni.
Ed è legittimo chiedersi quale sia il progetto complessivo di una politica che concentra gran parte della propria comunicazione su identità, appartenenza, ordine e contrapposizione culturale. Un Paese non si governa soltanto evocando paure o indicando continuamente qualcuno come nemico: si governa affrontando concretamente economia, salari, occupazione, scuola, sanità, ambiente, innovazione e futuro industriale.
Anche il richiamo all’ambiente militare e alla cultura dell’esaltazione va affrontato con cautela. Le Forze armate sono istituzioni della Repubblica e non possono essere semplicisticamente identificate con il fascismo. Tuttavia, in una democrazia, è assolutamente legittimo interrogarsi sul rapporto tra cultura militare, linguaggio politico e idea dell’autorità quando un esponente proveniente da quel mondo assume posizioni politiche fortemente caratterizzate dall’enfasi sull’ordine e sulla forza.
Il punto, però, non dovrebbe essere l’origine professionale di una persona. Dovrebbe essere ciò che propone politicamente.
E allora la domanda diventa inevitabile: quale idea di Paese viene proposta?
L’Italia ha bisogno di una politica che sappia parlare alle persone senza semplificare la realtà. Ha bisogno di competenza, non di slogan; di riforme, non soltanto di provocazioni; di una classe dirigente capace di confrontarsi con problemi complessi senza trasformarli continuamente in guerre culturali.
Criticare Vannacci, dunque, non significa demonizzare chi lo vota né negare il diritto di esprimere opinioni conservatrici o radicali. Significa chiedere conto delle idee e delle conseguenze che possono avere nella società.
In una democrazia nessuno dovrebbe essere governato sulla base della paura o dell’esaltazione dell’uomo forte. Dovremmo essere governati da istituzioni solide, da persone competenti e da programmi verificabili.
E soprattutto dovremmo smettere di considerare la donna come qualcuno da mettere sotto tutela.
Una donna libera non chiede di essere protetta perché è donna. Chiede di essere rispettata perché è una persona.
E le donne del partito?
C’è poi una domanda che considero inevitabile e che rivolgo soprattutto alle donne che militano nel partito di Vannacci: come si conciliano le vostre battaglie per la dignità, l’autonomia e la libertà delle donne con dichiarazioni che sembrano riproporre una visione paternalistica del rapporto tra uomo e donna?
Non è una domanda rivolta alle singole persone per metterle sotto accusa. È una domanda politica, e proprio per questo merita una risposta politica.
Si può certamente appartenere a un partito e dissentire da alcune posizioni del proprio leader. Ma quando determinate dichiarazioni riguardano direttamente la condizione femminile, il silenzio diventa difficile da comprendere. Se una donna ritiene di non avere bisogno di essere “protetta”, ma di essere rispettata, libera e autonoma, dovrebbe poterlo dire apertamente, anche quando a pronunciare quelle parole è un esponente importante del proprio schieramento.
La politica non può chiedere alle donne di difendere la propria libertà soltanto quando conviene alla propria parte. L’uguaglianza e la dignità femminile non possono essere valori a corrente alternata.
Per questo sarebbe interessante ascoltare le donne di quel partito non soltanto quando difendono il proprio schieramento, ma quando devono confrontarsi con affermazioni che riguardano direttamente la loro libertà e il loro ruolo nella società.
La domanda, in fondo, è semplice: siete donne da proteggere o cittadine da rispettare?

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