PISTOIA – La morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia a Bologna non può essere archiviata come un fatto isolato. Un uomo è morto nelle mani dello Stato, che aveva il dovere di proteggerlo. Chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità individuali, ma è necessario interrogarsi anche su quelle politiche e strutturali: il progressivo smantellamento dei servizi pubblici, la gestione del disagio come questione di ordine pubblico anziché di cura, il consolidarsi di un clima in cui repressione e controllo hanno sostituito prevenzione e tutela dei diritti.

Fakir è morto legato mani e piedi, mentre chiedeva aiuto, con lo spray al peperoncino in bocca. Per capire come si sia arrivati a questo occorre guardare al contesto: marginalità sociale e anni di abbandono istituzionale, in cui il disagio è stato trattato sempre più come problema di sicurezza. La retorica della “remigrazione” e la stratificazione dei decreti sicurezza hanno rafforzato una cultura politica in cui la repressione precede la cura, mentre l’indebolimento dei servizi sociali e sanitari ha lasciato che fossero gli strumenti del controllo a occupare gli spazi vuoti lasciati dal welfare.
La domanda non è chi fosse Fakir o quali precedenti avesse. La domanda è come sia stato esercitato il potere su una persona in evidente stato di crisi, e cosa sia mancato per arrivare a quel punto. Spostare l’attenzione sulla vittima significa sottrarre responsabilità a chi aveva il controllo della situazione.
Le responsabilità individuali spettano alla magistratura, ma sul piano politico non possiamo limitarci ad attendere gli esiti giudiziari. La precarietà dei servizi e l’arretramento dello Stato sociale sono responsabilità accumulate negli anni. Anche l’attivazione dello “scudo penale” per le forze dell’ordine e i sanitari coinvolti, tramite il modello 45-bis del decreto sicurezza, è una scelta politica precisa.
A rendere più grave la vicenda è stata la diffusione, da parte del segretario generale del sindacato di polizia COISP, dei precedenti penali di Fakir risalenti alla minore età: un tentativo di processo mediatico contro chi non può più difendersi, che sposta il dibattito dalla morte alla biografia della vittima.
Le forze dell’ordine, che lavorano ogni giorno in condizioni di organico insufficiente, meritano di essere rappresentate da chi cerca la verità, non da chi alimenta processi mediatici.
Condanniamo chi prova a strumentalizzare questa vicenda per alimentare una contrapposizione ideologica tra chi è a favore e chi è contro le forze dell’ordine. Il punto è il rapporto tra cittadini e Stato quando questo esercita il proprio potere. La fiducia nelle istituzioni si costruisce con formazione adeguata nella gestione delle crisi, trasparenza sulle procedure e piena accertamento delle responsabilità.
Sicurezza e giustizia non sono in conflitto: lo diventano solo quando si scambia il controllo per la sicurezza e la repressione per l’ordine. La sicurezza si costruisce investendo in scuola, luoghi di aggregazione, lavoro dignitoso, sport, cultura, politiche sociali.
Il presidio pacifico organizzato a Pistoia in Piazza Gavinana ha lanciato un messaggio chiaro: nessuna vita è sacrificabile. Ad Abderrahim Fakir dobbiamo verità, giustizia e un cambiamento profondo nel modo in cui affrontiamo il disagio, la marginalità e l’esercizio del potere pubblico. Altrimenti rischiamo che questa non sia l’ultima morte.
I gruppi consiliari:
AVS-SCE-Possibile, Capecchi Sindaco, Partito Democratico, Civici e Riformisti









