di Alberto Vivarelli
PISTOIA – Novanta giorni per capire la situazione ereditata dopo nove anni di amministrazione di centrodestra, novanta giorni per impostare le traiettorie del mandato amministrativo e stabilire i progetti, ma già con alcune idee chiare.

Riccardo Trallori, assessore all’urbanistica, al verde e a diverse altre cose, parla di questo inizio di legislatura evitando polemiche dirette, ma anche del Partito democratico e dell’aria che si respira nel partito di maggioranza.
Il giudizio sulla passata amministrazione non è più sospeso, gli elettori hanno scelto il cambiamento. L’amministrazione Tomasi ha governato bene? Ha governato male? Ognuno ha un’idea propria che, spesso, è condizionata dal “tifo”. C’è però un dato che non si può eludere: Pistoia è isolata dal resto della Toscana, non ha relazioni con le altre città, non fa rete.
Il capoluogo ha perduto la propria identità: è città delle piante, ma non del verde, non è più la città di Marino Marini, di Giovanni Michelucci, con Hitachi il distacco è plastico. Non ci sono progetti che traguardino l’orizzonte.
Sono perfettamente d’accordo e a mio giudizio è uno dei temi che ha contraddistinto la nostra campagna elettorale, cioè l’impegno a ricostruire un’identità della città. Negli ultimi anni l’immagine di Pistoia si è sbiadita, ha perso un qualsiasi ruolo all’interno della regione, ma addirittura anche nell’area in cui siamo collocati, cioè la Toscana centro nord. Non c’è stata una visione. Non posso dire che Tomasi ha sbagliato tutto, ci sono state scelte che hanno cambiato alcuni frammenti della città: per esempio, l’edilizia scolastica e la riqualificazione del Villone Puccini sono interventi che oggettivamente hanno migliorato la situazione di partenza. Allo stesso tempo, però, non possiamo dimenticare che il centrodestra ha avuto un’occasione straordinaria che non riavremo mai più, quella di aver governato dentro il secondo piano Marshall che ha interessato questo paese: il post Covid. La quantità di risorse pubbliche che il Comune di Pistoia e tutti i comuni italiani hanno avuto a disposizione è stata enorme, non si ripeterà. Un’occasione mancata. La passata amministrazione spesso ha partecipato spesso a bandi e finanziamenti con progetti che erano fermi nei cassetti da tanti anni e quindi con una visione di città vecchia, non attuale. E questo solo perché c’era la necessità di partecipare per far vedere che anche la nostra città, anche quell’amministrazione non stava ferma di fronte alle opportunità. A mio avviso, questo è stato l’errore più grave. Un esempio. Nel 2023 fu adottato il piano urbano della mobilità, avrebbe dovuto essere approvato dal consiglio comunale invece non è mai stato portato neanche in commissione, è stato adottato in giunta perché era funzionale alla partecipazione ai bandi, però non l’hanno mai approvato, perché chiaramente quel testo obbligava la giunta a portare il provvedimento in consiglio comunale. Non è stato discusso nemmeno all’interno del centrodestra perché molto probabilmente avrebbe fatto esplodere quella maggioranza. Ecco, questo è secondo me l’esempio forse più eclatante di mancanza di coraggio per restituire una identità a Pistoia. Loro, invece, hanno preferito galleggiare e vivacchiare provando a tenere la barca in mare nel mentre che il mondo cambiava e le città facevano scelte o provavano a farle”.
Voi, invece, avete le idee chiare?
Noi dobbiamo dare un’identità, per esempio, dovremo essere Pistoia città del verde e non delle piante, con tutto il rispetto, perché comunque è un distretto economico fondamentale, che compete a livello internazionale, fatto di imprese di varie dimensioni, da grandissime imprese dove c’è anche un livello di ricerca e di investimento molto alto, e di piccole imprese, piccoli artigiani del verde. Le aziende vengono interpellate da tutte le città del mondo per fare interventi di forestazione urbana, di depavimentazione, creare città spugna per rendere le città più resilienti e capaci di contrastare i cambiamenti climatici. Oggi serve fare un passo in più, cioè dobbiamo riuscire a connettere questo distretto con la città. Noi abbiamo l’attore principale che è il volano per fare quegli interventi che oggi tutte le città del mondo richiedono, Ma i cittadini, la comunità di Pistoia, questo non lo percepiscono. Io penso che un’amministrazione pubblica che abbia l’ambizione di restituire un’identità a questa città debba mettersi lì con pazienza, ago e filo e provare a ricucire un rapporto che forse fino in fondo non è mai esistito. in cui ha prevalso principalmente la diffidenza.
Con quali strumenti?
Penso a un protocollo “Pistoia Città del verde” dove dentro ci siano Comune, Fondazione Cassa di risparmio, Associazione Vivaisti, quello è un luogo dove si può provare a fare sperimentazioni di rigenerazione urbana, e in qualche modo raccontare questo concetto. L’altro volano, e lo si vedrà portando avanti gli strumenti di pianificazione, è un’agenda urbana che ospiti il piano operativo, il piano del verde e, perché no?, anche il piano della mobilità sostenibile ad esempio. Se noi teniamo insieme questo ragionamento, allora possiamo dire che Pistoia si propone per essere il laboratorio per tutte le politiche pubbliche rivolte al contrasto ai cambiamenti climatici. Penso al parco che nascerà intorno all’ospedale San Jacopo, che diventerà una delle più grandi casse d’espansione del territorio, su cui lavoreremo insieme al Consorzio e alla Regione Toscana. Pensiamo all’occasione di poter realizzare un enorme parco, con funzioni e vivibilità, camminamenti, aree con la forestazione, aree più libere di fruizione, un parco che parte da Pontelungo, circonda l’ospedale e poi confluisce dentro Gea, che è di proprietà della Fondazione Caript e con la quale inevitabilmente avrà un’interconnessione. Ecco, noi avremo un polmone verde straordinario, proprio all’ingresso della città. Io l’ho chiamato, usando una iperbole, un piccolo Central Park. Come si farà a ricucire quel quadrante con il nuovo parco, con l’ospedale? Penso che per restituire un’identità alla nostra città si debba avere in mente anche piccoli progetti che danno anche legittimazione sociale a quello che vogliamo fare.
Novanta giorni dall’insediamento, novanta giorni con tanti incontri sul territorio, novanta giorni per fare cosa?
Questi novanta giorni ci hanno dato la possibilità di capire il lavoro svolto dalla precedente amministrazione, anche le scelte organizzative, e di verificare i margini di manovra rispetto al miglioramento di alcuni aspetti, che non sono soltanto di gestione ordinaria o di manutenzione, dove abbiamo sicuramente margini di miglioramento, ma che guardano un po’ anche a come ci si approccia alla città, alla comunità, ai problemi. Noi stiamo predisponendo gli atti che porteremo in giunta per aprire nuovamente una finestra rivolta a tutti i cittadini, alle cittadine, agli imprenditori, ai soggetti che vivono la città, per raccogliere contributi sul piano operativo comunale. Chi ci ha preceduto ci spiega che questi passaggi erano già stati fatti, che c’erano state delle assemblee anche nel mese di marzo e di aprile a ridosso della campagna elettorale: è vero, ma potremmo dire che hanno fatto il compitino; la città non se n’è minimamente accorta, che partecipazione è questa? Io ritengo che al netto di quello che dice la legge, al netto di ciò che si ritiene di aver fatto, poi ci sia la sostanza e la sostanza dice che non c’è stata una vera raccolta di contributi sul piano operativo. Era stato fatto qualcosa nel 2023, tra l’altro per raccogliere idee sul piano strutturale e sul piano operativo insieme, ma come è normale che sia, dal 2023 a oggi è cambiato molto. Noi da ottobre, e per un mese, accoglieremo tramite uno specifico form in maniera ufficiale per PEC contributi da parte di tutti i cittadini su quelle che si ritengono priorità per lo sviluppo e la crescita della città. Poi saremo noi, sarà la politica a decidere, confrontandoci nella predisposizione del piano su ogni singola riflessione e contributo che arriverà dai cittadini. Questo è un tema a cui io tengo molto perché è un metodo assolutamente democratico e trasparente per coinvolgere la città. Tutti, indipendentemente dal fatto se conoscano o meno l’assessore di turno, se riescano o meno a intercettarlo in un appuntamento, tutti devono avere la possibilità di dare il loro contributo e questo penso sia già un elemento distintivo. La percezione che io ho avuto, anche da semplice cittadino negli anni precedenti, è che si tendesse ad avere un rapporto quasi personale con l’amministratore, quindi chi ce l’aveva poteva portare le proprie istanze, chi non lo aveva in qualche modo si perdeva. Tutti devono avere democraticamente questa opportunità.
Per la prima volta le deleghe dell’urbanistica e del verde sono riunite in un unico assessorato. Questa scelta potrebbe essere un modo per disegnare la città futura, anche da un punto di vista della vivibilità e dell’economia?
Siamo entrati in una fase in cui l’amministrazione precedente aveva chiuso, adottato e approvato il piano strutturale e stava definendo il piano operativo. Un lavoro che è iniziato che però necessita di sciogliere i nodi veri su tanti comparti, frammenti della nostra città che oggi hanno, come dire, bisogno davvero di trovare una soluzione. Io vorrei svolgere una riflessione anche rispetto a quelli che sono i luoghi abbandonati della nostra città. Sono molti, dall’area ex Martinelli, all’area di via Cammelli, all’area ex Banci; abbiamo anche aree di natura pubblica come tutto il complesso delle Crocifissine, la Fortezza Santa Barbara, cioè c’è una serie di luoghi che oggi i cittadini vedono e non vedono, perché a parte la Fortezza Santa Barbara, gli altri sono forse sconosciuti. E sono così da oltre 30 anni. Ecco, io vorrei provare a fare una riflessione coinvolgendo anche gli attori principali della città attraverso i contributi che chiederemo e provando a tenere di conto di due aspetti: da un lato rilanciare questi frammenti di territorio, dall’altro guardando all’attualità. Noi non siamo aprioristicamente contrari allo sviluppo, anche di nuova edificazione, ma è chiaro che diamo una sorta di priorità a quello che può essere il recupero, anche successivo alla demolizione e alla ricostruzione. Pensiamo anche al recupero di aree che non sono soltanto destinate a residenza commerciale, industriale, ma che potrebbero restituire alla città funzioni che oggi mancano: parchi aperti anche per momenti ludici e sportivi, percorsi di mobilità dolce che si colleghino agli attuali attraversamenti e collegamenti esistenti. Ci sono modalità che possono ricucire le ferite che oggi sono presenti. Il pubblico deve avere una visione pragmatica e non squisitamente ideologica, ma anche soggetti e interlocutori che in qualche modo comprendano davvero, fino in fondo, il momento e la stagione in cui noi stiamo vivendo che non sia soltanto la ricerca della redditività. Certo, nessuno pensa di essere di fronte a delle Onlus, ma è evidente che le cose si possono fare in tanti modi, anche perché Pistoia ha una grossa opportunità, cioè quella di diventare un territorio che, avendo una qualità della vita più alta, offre maggiori possibilità. Con il completamento della stazione Foster, la stazione di Santa Maria Novella sarà destinata dai soli treni regionali e quindi l’intensità dei collegamenti tra Pistoia e Firenze aumenterà: se oggi per andare a Firenze impieghiamo 35-40 minuti, è verosimile che in futuro i tempi di ridurranno a 25 minuti, forse 30 minuti. A quel punto per un professionista, per un lavoratore, per uno studente converrà vivere a Pistoia.
Lei ha insistito molto sulla città del verde e non solo delle piante, ma ormai Pistoia è diventata la città del verde privato. L’ultimo intervento pubblico è stato il Bosco città. Nel frattempo è aumentata la presenza di cemento, anche nelle piazze. Questo mentre nel mondo tutti gli scienziati si appellano ad aumentare la presenza di verde pubblico nelle città. Si parla in modo esplicito di necessità di depavimentazione e forestazione urbana. Avete, un’idea non eccessivamente onerosa per restituire un po’ più verde in città?
A luglio abbiamo fatto una variazione il bilancio e ce ne sarà un’altra entro settembre. Intanto abbiamo già destinato le poche risorse che abbiamo a due interventi che vanno un po’ nella direzione che oggi viene richiamata: da una parte la forestazione urbana e dall’altra la depavimentazione. Sulla forestazione stiamo attendendo che gli uffici definiscano il progetto per poi poter appaltare i lavori, per la forestazione dell’area verde che è di fronte a Panorama, l’area ex Pallavicini. E’ una lottizzazione complicata, che ha avuto una storia anche molto articolata. Oggi quell’area verde è un grande prato pubblico assolato, totalmente scollegato anche rispetto a chi vive intorno. Cercheremo anche la collaborazione dei privati residenti, perché non vogliamo che passasse il concetto che tutto è dovuto dal pubblico anche dove le aree sono private. In quell’area faremo un primo intervento sperimentale di forestazione urbana, ci riporteremo le alberature, in modo tale che in prospettiva sarà un grande polmone verde della città dove nei prossimi anni potremo realizzare piccoli interventi di allestimento per giochi per ragazzi, aree attrezzate anche di carattere sportivo. Insomma, non sarà completamente foresta. L’altro intervento che stiamo valutando, soprattutto per l’impatto economico, è quello di una depavimentazione. La suggestione che ho proposto al Sindaco nelle prime settimane di governo, è l’area di piazza Mandela alle Fornaci dove un progetto di questo tipo potrebbe avere anche un alto impatto sociale. La crisi climatica è già entrata nel fine mese delle persone. In che senso? C’è l’inflazione alimentare, ci sono gli impatti sanitari che il caldo ha, soprattutto, nelle persone più fragili e nelle persone anziane. C’è una povertà climatica privata: d’inverno ci sono persone che per ragioni economiche non accendono i termosifoni e quindi stanno al freddo, d’estate non hanno il climatizzatore e quindi abitano spesso in case che hanno temperature molto elevate. Questo è un dato. Il secondo dato di partenza è che quando si parla della qualità dello spazio urbano non ci si può limitare alla quantità di verde. Devi anche saper riflettere su come la qualità di quello spazio urbano incide sul benessere anche psicologico delle persone. Mi permetta una digressione. Noi oggi vediamo sempre di più che c’è un malessere vero, soprattutto nelle giovani generazioni, assistiamo ad atti di vandalismo ovunque, personalmente è già la seconda volta che denuncio pubblicamente quanto sta avvenendo al playground sotto il Ponte Europa, che non è stato ancora inaugurato e che ha già subito danni. Questo tema, non dico che si risolva soltanto con la qualità dello spazio urbano, però dobbiamo ripensare questi spazi. Quindi una copertura arborea, collegamenti ciclopedonali, luoghi dove si possa in qualche modo anche fare attività di carattere fisico. Perché piazza Mandela? Perché sta dentro uno dei quartieri con maggiori complessità della nostra città, un quartiere popolare che ha una presenza di diverse generazioni, diverse comunità la cui convivenza spesso non è sempre semplice. La scelta di piazza Mandela al momento la stiamo valutando perché quando si depavimenta, non sappiamo mai cosa potremmo trovare sotto e quale importo economico poi ti genera, perché un conto è togliere l’asfalto e rendere quel terreno utile per metterci il verde, gli alberi, un altro conto è togliere l’asfalto, trovare sotto scarti, detriti, di interventi fatti 50, 60, 70 anni fa quando le normative erano diverse, c’erano altre logiche. Non escludo che prima di ripiantare alberi, ci fossero da fare anche interventi di bonifica. Tralasciando la presenza dei sottoservizi. Mi rendo conto che, per motivi concreti, l’intervento in sé non va banalizzato. Però noici stiamo lavorando. Un altro degli aspetti che noi vorremmo provare a introdurre, anche negli strumenti di carattere urbanistico pianificatorio, è quello delle forme di incentivi ai privati che vogliano fare interventi di depavimentazione o, come la chiamano i tecnici, de-sigillazione o di forestazione urbana. Perché l’abbattimento della CO2 e la possibilità di avere città che abbiano una qualità dell’aria migliore, che siano più vivibili, vale non soltanto dove interviene il pubblico nelle aree proprie, vale per tutti. Se io privato porto un contributo in quella direzione questa scelta deve essere riconosciuta in qualche modo all’istituzione, perché tutti ci dobbiamo sentire parte di uno stesso progetto, di uno stesso obiettivo e per me questo è anche senso di comunità.
Questa amministrazione si è insediata al termine di un percorso politico che ha causato anche ferite. Il Partito democratico da 14 mesi vive in uno stato di conflitto interno permanente. C’è stata la vicenda delle primarie, poi le elezioni, eventi superati o in qualche modo si riflettono ancora nella maggioranza e in Giunta?
Penso che intanto le sfide che noi abbiamo come partito partono da un consolidamento del campo largo. Le primarie che hanno scelto il candidato sindaco sono state sacrosante, perché se il Partito Democratico o una parte della coalizione avesse scelto di non farle, avremmo avuto la disgregazione dell’intera coalizione, questo non dobbiamo dimenticarcelo perché altrimenti le riflessioni che facciamo possono portarci poi su strade errate. Venivamo già da due mandati in cui la coalizione, nei fatti, si era disgregata, la coalizione che aveva sostenuto Bertinelli era composita, c’erano molte liste, i candidati di area di centro-sinistra erano moltissimi, tra partiti ufficiali che esprimevano i loro candidati e liste civiche di sinistra. Quindi lì c’era stata una disgregazione. Nel 2022 altrettanto, il Partito Democratico si è presentato con una coalizione, il candidato Francesco Branchetti con un’altra coalizione. Credo che le primarie ci abbiano salvato da un esito che poteva essere nefasto e che legittimamente nessuno ci avrebbe più perdonato, perché sarebbe stato diabolico tornare su errori di questo genere. Poi c’è il punto del metodo con cui si affrontano i problemi della città che dal mio punto di vista è anche sostanza, questo riguarda anche il partito, perché noi abbiamo un gruppo consiliare molto composito, fatto di esperienze e storie diverse, che sono, lo dico con sincerità, un patrimonio anche molto importante e mi auguro, ma sono molto fiducioso, dia anche contributi concreti al governo di questi anni. Nella collaborazione anche con la Giunta è necessario che il partito torni a svolgere un ruolo, da un lato di sostegno e stimolo all’amministrazione e dall’altro di uno strumento serio di selezione della classe dirigente, perché l’amministrazione, la giunta, non chiede a nessun gruppo consiliare una fiducia incondizionata, chiede, come è normale che sia, lealtà e un confronto preliminare sulle varie questioni. Senza questo, temo che si vadano a ripetere errori che abbiamo già visto nel 2017. Questo è un tema che deve essere considerato rispetto al clima. Però ho la netta impressione che ci siano aree dove le temperature sono particolarmente elevate, lì dovremmo intervenire con interventi di refrigerazione, perché è quello che ci chiedono i cittadini, per stare nella metafora di carattere ambientale.
Isole di calore a parte, c’è un collante tra maggioranza e minoranza del Pd: aver riconquistato il Comune riesce a tenere sotto il tappeto la polvere. Diversa la situazione dentro il Partito Democratico. Si ha la sensazione che le scorie delle due recenti elezioni pesino ancora nei rapporti interni. Ci dovrebbe essere il congresso di cui, però, nessuno parla e forse non si farà perché, alla fine, tutti lo temono. Senza congresso rimarranno due schieramenti che si guardano in cagnesco. E l’anno prossimo diversi comuni tornano al voto. Come uscirne?
Bisognerebbe imparare la lezione. Le vicende che hanno coinvolto il Partito Democratico, ma centrosinistra in generale in questi ultimi 15 anni a Pistoia, ci dicono che il nostro elettorato e le persone che hanno guardato nel corso di questi anni con attenzione alle forze centrosinistra, non tollerano più queste diatribe che spesso sono incomprensibili anche per chi è dentro. Ci sono rancori che si sono consolidati, stratificati, che di politico non hanno assolutamente niente, sono solo di carattere personale. Allora, io penso che la vittoria di Giovanni Capecchi alle primarie e poi alle amministrative segni un cambio di passo su come ci si deve approcciare. Dobbiamo smettere di guardarci l’ombelico provando, invece, a tornare tra le persone per occuparci dei problemi concreti, cioè di quelli per cui i cittadini e le persone ci fermano per strada e che li riguardano davvero quotidianamente in tutti i momenti della loro vita. Noi abbiamo dato spesso – dimostrando quasi che il centrodestra in chiave locale a volte fosse più affidabile – l’impressione di essere più concentrati su di noi che sul motivo per il quale una persona che decide di fare politica dovrebbe dedicarsi in maniera totalizzante: raccogliere le istanze dei cittadini e degli elettori e provare in qualche modo a dargli una traduzione, una progettualità. Ecco, io su questo sinceramente penso si debba fare tesoro di quel segnale forte che c’è stato dato nelle recenti primarie, perché questi segnali non verranno dati all’infinito. E questo c’entra poco con l’aspetto generazionale. Io sono per il cambio generazionale, ma il rinnovamento della politica non è neanche squisitamente un problema generazionale. Ci possono essere persone anche più adulte che però non hanno mai fatto politica, che si avvicinano, si appassionano, danno parte del loro tempo alla causa; dobbiamo evitare di replicare forme del passato in chiave moderna, perché questo alla fine ci fa commettere i medesimi errori che sono stati fatti, che abbiamo fatto.
La vittoria alle Regionali prima, alle Comunali poi, avrebbero potuto essere il momento del riascolto reciproco. Mentre invece pare che ogni volta che si cerca di cominciare una strada diversa arriva qualcuno ci mette una zeppa nel mezzo. Le ultime vicende della Provincia, con il rifiuto delle deleghe da parte di tre consiglieri del Pd, sconcerta, è la prima volta che accade nella storia politica pistoiese. Una vicenda penosa, nella quale è stata infilata, artatamente, una lettura razzista. Come si spiega questa uscita che si aggiunge alle scorie ancora da smaltire?
La vicenda della Provincia è sconcertante per tutti i cittadini, perché le allusioni a giudizi di carattere razziale da parte di qualcuno che fa parte del gruppo dirigente del PD, penso siano da considerarsi oggettivamente infondate La storia stessa del PD, le persone che oggi lo rappresentano, sono la risposta al fatto che non c’è mai stato un elemento e un pregiudizio legato a una provenienza etnica di diverse comunità. Il punto è un altro ed è forse l’aspetto che mi lascia più rammaricato, ho 38 anni, ma sono affezionato al “vecchio testamento” della politica in cui le istituzioni e quello che rappresentano vengono assolutamente prima di tutte le questioni interne ai partiti o a una parte di essi. Quando si inverte questo rapporto, quindi quando la logica interna prevale sull’istituzione che comunque per sua natura deve occuparsi della collettività, è un problema. Tra l’altro questa vicenda si è pubblicamente consumata a dieci giorni dall’apertura delle scuole superiori e di tutte le scuole, quando più che quella discussione serviva una squadra operativa per occuparsi, appunto, dei problemi collegati all’apertura delle scuole, come il trasporto pubblico scolastico. Occorre porre attenzione a queste cose perché dalle elezioni regionali in poi le persone si sono riavvicinate alla politica. I primi due candidati nella lista delle regionali hanno preso insieme 25 mila preferenze, un numero mai visto negli ultimi 15 anni. E colgo anche l’occasione per ringraziare il segretario provinciale Marco Mazzanti per il grande lavoro che ha fatto nelle due consultazioni elettorali, dentro il partito. L’adesione che c’è stata alle elezioni comunali, non solo alle primarie, organizzate anche molto velocemente, hanno avuto un successo di partecipazione importante, ma anche la partecipazione alle elezioni amministrative è stata in controtendenza rispetto agli altri comuni perché noi siamo cresciuti e gli altri sono calati, quindi oggettivamente c’è stato anche un riavvicinamento. Però quando si vedono episodi di questo tipo significa che non si sono colti i segnali arrivati in questi mesi. Questi comportamenti rischiano di far perdere nuovamente la fiducia nelle persone. Nonostante non abbia ancora quarant’anni, mi capita spesso di sentirmi parte del “vecchio testamento” della politica, quella che non insegue la ribalta del singolo. Proprio per questo credo sia arrivata la stagione giusta per tornare a impegnarsi: una chiamata a tutte e tutti coloro che pensano la politica come un fatto collettivo, e non come l’esaltazione di una persona sola. È questo, più di ogni altra cosa, che mi restituisce fiducia ed entusiasmo per il lavoro che ci aspetta. Le discussioni e gli scontri all’interno dei partiti, durante i congressi, intorno a scelte politiche e dirimenti, ci possano tranquillamente essere e fanno parte della vita democratica dei partiti, non li demonizzo, ma non possono mai bloccare la funzionalità di un’istituzione. Quello no. Forse allora non si coglie neanche il peso del ruolo che si svolge nel portare avanti oggettivamente questa attività. E quindi come è possibile in qualche modo recuperare? Intanto cambiando l’approccio che si è tenuto, Tornando a quello che dicevo prima. Noi abbiamo un presidente della provincia che svolgerà ancora 7-8 mesi di presidenza, perché poi il suo mandato andrà a scadenza, ha una serie di progettualità da portare a termine, iniziate con il PNRR – penso alla piscina Fedi – Dobbiamo dare al Presidente la possibilità di scegliere all’interno di quello che è il gruppo di maggioranza, nell’autonomia che gli riconosce lo Statuto, di poter procedere per dare funzionalità a quell’ente, perché di questo noi abbiamo bisogno. Le scelte si possono anche discutere, ci mancherebbe. Per farlo però bisogna tutti mettersi in una condizione di rispetto reciproco, perché se manca quello evidentemente allora è complicato anche trovare le soluzioni. Ecco, vorrei che non si corresse il rischio di essere due partiti in uno, perché noi, come diceva Bersani, apparteniamo alla stessa ditta, e quando si fanno interventi e azioni bisogna sempre calcolare gli effetti sulla ditta, non guardare solo all’interesse per la propria parrocchia. C’è una scala di priorità che bisogna aver chiara, altrimenti diventa oggettivamente un problema. Penso che se si recupera una dimensione, una giusta misura delle cose rispetto anche alle questioni che noi abbiamo di fronte, allora si potrà trovare una quadra per il bene della nostra comunità. Questo non preclude il fatto che si possa discutere nel merito delle vicende, che si possa compiere azioni di rigenerazione del partito, figurarsi. Personalmente sono anche a disposizione per discutere in maniera totalmente laica, però mantenendo sempre fermi i principi che non possono essere in qualche modo traditi.







