lunedì, Agosto 17, 2026

Le sorelle mostro. Il Mugello, la memoria e la fame della terra


MUGELLO – Le vicende del Mostro di Firenze da decenni alimentano sia la cronaca giudiziaria sia l’immaginario collettivo, trasformandosi in un vero e proprio mito territoriale.

Simone Fagioli

Con Le sorelle mostro, “novella” pubblicata dall’editore Effigi di Arcidosso nell’estate 2026, Simone Fagioli si confronta con questo materiale attraverso la finzione narrativa, scegliendo di non aggiungere una nuova ipotesi investigativa ma di interrogare il rapporto tra violenza, memoria e paesaggio.

Non si tratta di un’inchiesta, l’ennesima, e non intende di proporre una nuova verità giudiziaria. È, come precisa l’autore, un’opera di finzione costruita su dati reali: i luoghi, le date, le vittime e alcuni elementi della cronaca appartengono alla realtà; i personaggi che si muovono nella novella, le loro motivazioni e gli eventi narrati sono invece frutto dell’immaginazione dell’autore. La distinzione è importante, perché consente alla narrazione di muoversi liberamente tra documento e mito, memoria e invenzione, senza confondere il piano letterario con quello storico.

Fagioli immagina che, dietro i delitti attribuiti al Mostro di Firenze, si nasconda una storia familiare e rituale ambientata nel Mugello, territorio che assume i contorni di un vero e proprio personaggio. Al centro c’è Elena, una donna di cinquantasei anni, architetto paesaggista, abituata a progettare il mondo attraverso linee, misure e geometrie. La sua esistenza professionale si fonda sul controllo della materia e del paesaggio: il giardino, per lei, è uno spazio da ordinare, delimitare e rendere leggibile.

La morte della zia Ester, avvenuta in una colonica isolata del Mugello, costringe Elena a tornare in un ambiente familiare dal quale sembra essersi allontanata non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Nel corso dello svuotamento della casa, la donna si imbatte in un archivio inquietante: una pistola Beretta calibro 22, sacchetti di tela, frammenti e oggetti che sembrano collegare la storia della famiglia ai delitti del Mostro.

Da quel momento, la novella assume la forma di un’indagine privata. Elena non procede secondo i metodi di un’investigatrice tradizionale: osserva, confronta, ricostruisce, mette in relazione date, luoghi e annotazioni. Il suo strumento principale è la ragione. Ma proprio la ragione, applicata all’orrore, finisce per condurla verso una verità sempre più difficile da sostenere.

Il Mugello di Fagioli non è soltanto uno sfondo geografico. È un territorio di confine, sospeso tra passato e modernità, tra la trasformazione industriale e commerciale del paesaggio e la persistenza di una memoria arcaica. L’autostrada, l’Alta Velocità, l’outlet, il lago di Bilancino e i resti di una civiltà contadina convivono nello stesso spazio. Il paesaggio appare così come una materia stratificata, dove il nuovo non cancella davvero l’antico, ma lo ricopre lasciandone riemergere le tracce.

In questo senso, la fame evocata dal sottotitolo non è soltanto una necessità biologica. È una forza simbolica che riguarda la terra, la memoria e il rapporto fra gli esseri umani e il territorio. La novella riprende il tema della fertilità e lo rovescia in una forma oscura: la terra che deve essere nutrita, il sangue come offerta, la violenza trasformata in rito. Gli elementi della tradizione religiosa e quelli del folklore rurale vengono ricomposti in una liturgia immaginaria, inquietante proprio perché prende forma attraverso gesti concreti, domestici e apparentemente ordinari.

Uno degli aspetti più riusciti del testo è il contrasto tra la dimensione rituale e quella burocratica. L’orrore non viene rappresentato soltanto come esplosione di follia, ma anche come pratica organizzata, registrata, calcolata. La contabilità, le annotazioni, le mappe e gli allineamenti introducono nel delitto una logica amministrativa. La violenza appare così come una procedura: qualcosa che può essere preparato, verificato e archiviato.

È questo il punto in cui la figura di Elena acquista il suo maggiore rilievo. La protagonista scopre progressivamente che la propria razionalità non è necessariamente l’opposto dell’irrazionale. La geometria con cui la zia organizza i delitti e quella con cui Elena progetta i giardini appartengono a sfere morali radicalmente diverse, ma condividono una stessa aspirazione al controllo. Ester applica la misura all’omicidio; Elena la applica al paesaggio. La prima cerca di ordinare la morte, la seconda di governare la natura.

Il confronto tra ragione e follia che percorre la novella si inserisce in una tradizione letteraria che l’autore dichiara esplicitamente: da Italo Calvino, il conflitto tra lo sguardo razionale e l’abisso che non può essere misurato; da Gianni Celati, l’attenzione al paesaggio come presenza muta che il racconto si limita a registrare; da Shirley Jackson, l’atmosfera claustrofobica di un culto femminile chiuso tra le mura domestiche. Questi debiti, lungi dall’appesantire il testo, ne chiariscono l’ambizione: non risolvere il mistero del Mostro, ma interrogare il modo in cui l’orrore si insedia nei gesti quotidiani e nelle relazioni familiari.

Questi riferimenti letterari non sono ornamentali: aiutano a comprendere il nucleo più profondo della novella, ovvero il rapporto ambiguo tra Elena e la propria eredità familiare. Il parallelismo tra Elena, sua madre e sua zia non significa che l’architetto sia responsabile degli atti della famiglia, né che il suo lavoro sia assimilabile alla violenza. La sua funzione è piuttosto quella di mettere in crisi una contrapposizione troppo semplice tra ragione e follia. Nel momento in cui entra nell’archivio familiare, Elena comprende che anche il suo rapporto con il paesaggio nasce dal desiderio di contenere ciò che è irregolare, spontaneo e imprevedibile. Il giardino ordinato diventa così il riflesso, depurato e socialmente accettabile, di un bisogno più profondo: imporre una forma alla materia.

La scrittura di Fagioli procede per accumulo: brevi sequenze, appunti, immagini che si ripetono con variazioni. Il ritmo alterna l’andamento dell’indagine alla sospensione visionaria, mentre il lessico tecnico dell’architettura e quello rituale della terra entrano in attrito. Questa scelta stilistica, coerente con la materia narrata, produce i suoi effetti migliori quando il testo lascia parlare gli oggetti e il paesaggio; rischia invece di irrigidirsi in alcuni passaggi, quando i personaggi dichiarano esplicitamente il significato filosofico degli eventi, ma anche qui si tratta di una precisa scelta stilistica, introdotta per “disturbare” il lettore.

Il rapporto con il caso del Mostro di Firenze poi richiede una lettura consapevole. Le sorelle mostro non cerca di risolvere una vicenda reale e non propone una ricostruzione alternativa dei fatti. Utilizza piuttosto la cronaca come materia narrativa, trasformandola in una riflessione sulla memoria collettiva e sul modo in cui una comunità costruisce i propri racconti dell’orrore. Il Mostro, nel libro, non viene semplicemente identificato: viene interiorizzato, trasferito dentro una genealogia e dentro un paesaggio.

La forza della novella risiede proprio in questa sovrapposizione fra il familiare e il mitico. La casa, la merceria, i quaderni, le strade e i giardini non sono luoghi neutri: sono spazi in cui la memoria prende forma e in cui il passato continua a esercitare la propria pressione sui vivi. L’orrore non arriva da un altrove assoluto, ma si annida dentro le relazioni familiari e dentro le abitudini quotidiane.

Le sorelle mostro è quindi una novella aspra, concentrata e volutamente scomoda. Può interessare i lettori del gotico rurale, della narrativa psicologica e di quella letteratura che usa la cronaca come punto di partenza per interrogare il rapporto fra mito, territorio e memoria. Non è un libro costruito per soddisfare il desiderio di una soluzione rassicurante. Al contrario, lascia il lettore davanti a una domanda più inquietante: quanto della violenza che attribuiamo al Mostro (o ai mostri) appartiene anche al nostro bisogno di dare ordine al mondo?

Simone Fagioli trasforma il Mugello in una geografia morale, dove la terra conserva, restituisce e infine reclama. Sotto la superficie ordinata delle colline, dei giardini e delle strade, continua a muoversi una memoria che non ha trovato pace. Ed è proprio questa memoria, più ancora del mistero criminale, a costituire il vero centro della novella.

Simone Fagioli (Pistoia 1967) è ricercatore libero professionista di formazione antropologica. Collabora con enti pubblici e privati per ricerche sui temi della nascita e sviluppo dell’industria, analisi dei processi produttivi preindustriali e industriali, storia d’impresa privata, sociologia e antropologia del cibo, uso pubblico della memoria, nonché gestione di archivi d’impresa e privati. Da alcuni anni fa ricerca sull’applicazione dell’Intelligenza artificiale in ambito antropologico, storico e nella fotografia, in collaborazione con università e enti di ricerca, tema sul quale ha pubblicato contributi e tenuto seminari. Collabora con “Nuova Antologia”, “Archivio per l’antropologia e la etnologia”, “Il pensiero storico”.

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