di Fabrizio Geri
PISTOIA – A febbraio avevo lanciato un allarme sulla situazione della sanità pistoiese. Non era una provocazione politica né un esercizio di pessimismo
I dati diffusi in questi giorni fotografano una realtà che dovrebbe far riflettere tutti: Pistoia è la province italiana con la maggiore carenza di medici di famiglia. Un primato di cui nessuno può andare fiero e che rappresenta il segnale evidente di un sistema che da anni ha smesso di programmare il proprio futuro.
Non siamo di fronte a una calamità naturale né a un evento imprevedibile. I pensionamenti dei medici erano noti da tempo, così come era noto l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della domanda di assistenza sanitaria territoriale. Chi aveva responsabilità amministrative e politiche disponeva di tutti gli strumenti per comprendere ciò che stava accadendo.
Eppure si è scelto di non intervenire con la necessaria determinazione.
La provincia di Pistoia non è stata priva di rappresentanti nelle istituzioni regionali e nazionali. Al contrario, negli anni abbiamo avuto figure che occupavano ruoli importanti nella politica, nelle aziende sanitarie e negli organismi decisionali. Persone che avrebbero potuto fare della sanità pistoiese un modello di efficienza e innovazione.
Invece oggi ci ritroviamo a commentare una classifica che ci colloca agli ultimi posti.
La verità è che per troppo tempo si è preferito celebrare inaugurazioni, riorganizzazioni e riforme sulla carta, mentre sul territorio si indeboliva progressivamente la medicina di prossimità. Il medico di famiglia, figura centrale per la prevenzione e l’assistenza dei cittadini, è stato lasciato sempre più solo, senza un adeguato ricambio generazionale e senza una strategia capace di attrarre nuovi professionisti.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Migliaia di cittadini, soprattutto anziani e persone fragili, incontrano difficoltà nel trovare un medico di riferimento. Gli ambulatori sono sovraccarichi, i tempi si allungano e cresce il ricorso agli ospedali anche per problematiche che dovrebbero essere gestite sul territorio.
Questo non è soltanto un problema sanitario. È un problema sociale che colpisce le fasce più deboli della popolazione e rischia di compromettere il principio stesso di universalità del servizio sanitario.
Di fronte a questa situazione sarebbe troppo facile limitarsi a puntare il dito contro la carenza nazionale di medici. Il problema esiste in tutta Italia, ma ciò non spiega perché Pistoia si trovi nella posizione peggiore.Le classifiche non nascono per caso: raccontano differenze nei livelli di programmazione, nelle scelte compiute e nella capacità di affrontare i problemi prima che diventino emergenze.
Oggi servirebbe un’assunzione di responsabilità da parte di chi ha governato e amministrato negli ultimi decenni. Non per alimentare polemiche sterili, ma per comprendere gli errori commessi e impedire che si ripetano.
La sanità pistoiese non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di investimenti, di una medicina territoriale realmente rafforzata, di incentivi per attrarre giovani professionisti e di una programmazione che guardi ai prossimi dieci o vent’anni, non alle prossime scadenze elettorali.
I cittadini hanno il diritto di chiedere conto di quanto accaduto. Perché quando un territorio diventa maglia nera nella disponibilità di medici di famiglia, non si tratta di una semplice statistica. Si tratta della qualità della vita delle persone, della loro sicurezza e del loro diritto a essere curati.
La situazione attuale rappresenta il fallimento di una classe dirigente che non ha saputo prevedere, programmare e intervenire. Riconoscerlo è il primo passo per costruire una sanità migliore. Continuare a negarlo significherebbe condannare Pistoia a un declino che il territorio non merita.
C’è poi un aspetto che non può essere ignorato.
La sanità toscana non è il risultato di alternanze politiche o di governi che si sono succeduti con visioni differenti. Da decenni la Toscana è amministrata dalle stesse forze politiche di centrosinistra che hanno avuto la responsabilità di programmare, organizzare e gestire il sistema sanitario regionale.
Per questo motivo appare difficile attribuire ad altri le responsabilità della situazione attuale. Se oggi Pistoia si trova tra le province più penalizzate per la carenza di medici di famiglia, occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscere che tale risultato è maturato all’interno di un modello di governo che ha guidato la sanità toscana per molti anni.
Nessuno mette in discussione le eccellenze che la Toscana continua a esprimere in numerosi settori della sanità. Tuttavia, proprio perché il governo regionale è rimasto nelle mani della stessa area politica per lungo tempo, non è possibile ignorare le responsabilità di chi ha avuto il compito di programmare il ricambio dei medici, garantire l’assistenza territoriale e prevenire le criticità che oggi colpiscono migliaia di cittadini.
Quando un problema diventa strutturale, non bastano più le spiegazioni. Servono risposte. E soprattutto serve il coraggio di ammettere che qualcosa, nella programmazione degli ultimi anni, non ha funzionato come avrebbe dovuto.







