di Alberto Magnolfi

C’è una precondizione, di cui si parla ancora troppo poco, per qualsiasi piano che punti a reindustrializzare la Toscana: il pieno ripristino della legalità economica , che faccia pulizia dell’economia sommersa e delle attività illegali e criminali.
Se la Fondazione Caponnetto parla apertamente di “terre di nessuno”, riferendosi al cuore produttivo della Piana centrale, ciò significa che decenni di sottovalutazione hanno prodotto i loro effetti nefasti. Una parte del sistema produttivo e della società toscana si è mostrata vulnerabile e penetrabile da fenomeni che ritenevamo estranei o sconfitti per sempre.
La convivenza tra circuiti economici sani e regolari con distretti cosiddetti paralleli o clandestini, come insegna l’esperienza di Prato, alla lunga non è tollerabile, anzi non è possibile.
E qui la sfida sarà quella di creare, nella legalità, una integrazione in un unico distretto, pena il rischio concreto della desertificazione industriale.
Il dibattito più generale che si è riaperto, grazie soprattutto alla spinta di Irpet, per il superamento della fase di crescita moderata e strutturalmente debole dell’economia della Toscana, segnata in particolare dalla diffusa stagnazione del manifatturiero, ripropone problemi antichi e qualche indicazione operativa interessante e nuova.
Su tutti grava però un quesito che – molto alla buona – riassumo in questi termini:
Siamo sicuri che le ricette che vengono indicate (aggregazioni di imprese, crescita dimensionale delle aziende, creazione di ecosistemi di innovazione, superamento degli incentivi a pioggia, salto nella dotazione infrastrutturale, sistemi di rete tra le PMI, sinergia tra ricerca e impresa, transizione ecologica ed economia circolare..e così via) non rischino- tutte queste sacrosante proposte- di infrangersi contro i “miti ”strutturali della nostra Regione ?
Miti (e riti) consolidati nei decenni di pratica concertativa e (fittiziamente) partecipativa.
Si può ben dire che negli anni la politica che ha conformato la Regione sia stata più amica degli industriali che dell’industria, più vicina ai singoli operatori economici che non regista ad ampio spettro dell’economia.
Da qui nasce il conservatorismo culturale e politico, e quindi anche economico, della Toscana.
Il metodo concertativo è diventato troppo spesso l’anticamera della palude decisionale.
Si rincorrono le emergenze, come le crisi aziendali, ma si rinuncia a decisioni strategiche per non scontentare nessuno. E siccome il ricambio all’interno delle elites concertative è sempre molto lento,
la strategia più praticata è quella delle relazioni di buon vicinato, da tenere in gran conto, anche perché gli stessi interlocutori si ritrovano, immutabili, sotto sigle e in contesti diversi.
L’altra illusoria gloria toscana è stata per vari decenni quella del “piccolo è bello”, cioè del nanismo imprenditoriale, garanzia della presunta autosufficienza dei distretti.
È questa l’origine della ben strutturata resistenza alla managerializzazione e alle fusioni di imprese.
Ne consegue la mancanza di una massa critica necessaria per investimenti adeguati in ricerca e sviluppo o per competere adeguatamente sui mercati internazionali di fronte alla sfida delle multinazionali.
La crescente attrattività della rendita immobiliare e turistica, sia per la forza intrinseca dell’eredità delle molte eccellenze toscane, sia anche- in talune realtà- per le opportunità speculative indotte dall’economia sommersa, costituisce un problema notevole per l’allocazione di capitali privati nei rischi e nelle complessità del manifatturiero in Toscana. Più facile convertire vecchi opifici in nuove destinazioni d’uso qualificate, che non scommettere su startup tecnologiche o processi di
reindustrializzazione profonda.
D’altra parte l’irrisolto problema della storica carenza infrastrutturale della Toscana (ritrovo, spesso negli stessi termini, buona parte delle questioni che mi avevano appassionato quale assessore ai Trasporti una quarantina di anni fa !) non rende agevole la prospettiva di sostanziale afflusso di investimenti e di nuove iniziative dall’esterno dei confini regionali.
L’isolamento strisciante della regione è stato di fatto preferito al rischio di perdere qua e là un po’ di consenso : così si disperde il vantaggio intrinseco nelle molte attrattività del territorio.
Ecco perché mentre leggo e condivido molte delle analisi e delle proposte che in queste settimane vengono rilanciate, anche in termini nuovi e stimolanti, resto perplesso sulla praticabilità di alcune indicazioni, che finirebbero per sconvolgere equilibri strutturati con ampio consenso delle élites toscane. Spesso fondati sull’immobilismo.
Mi spiego meglio con una notazione conclusiva.
Nelle sue prime dichiarazioni al Consiglio il neo sindaco di Prato (“neo” al terzo mandato) ha indicato come preminente obiettivo quello di “un governo collettivo”, capace di estendere il metodo della concertazione e della corresponsabilità a tutto il tessuto economico e sociale della città.
Ecco che si rafforza un mito assai appannato e si va – a mio sommesso avviso – in direzione esattamente opposta a quella che servirebbe alla Toscana.
Temo che le giuste “prediche” di Irpet trovino difficoltà a concretizzarsi in un panorama in cui gran parte delle classi dirigenti politiche, economiche e sociali preferisce il ripiegamento nella difesa di vecchi metodi e di consolidati equilibri.
Questa parte della favola toscana non viene quasi mai raccontata, ma è – non da oggi – parte essenziale del tutto.











