SAN MARCELLO – Il “ceppo di Natale”, le sue origini, il suo significato per l’antica cultura montanina. Lo scrittore di terre alte e di tradizioni montanine Federico Pagliai, in un suo breve video sulle pagine social di “Letterappenninica”, associazione culturale da lui presieduta, fornisce qualche spiegazione su un rito antico. Lo fa, ovviamente, stando in una foresta e accanto a un ceppo vero di legno.
“Ceppo” – ricorda – equivale alla parola “dono”: il piccolo regalo che un tempo, avvicinandosi il Natale, molti commercianti facevano ai loro clienti. Una pratica oggi sempre meno in voga per un concetto che trae le sue origini – ricorda Pagliai – nell’antichità: quando in molte famiglie veniva portato, dentro le case, un tronco tagliato per essere poi messo, alla vigilia di Natale, dentro il camino.
Un tronco che doveva essere cosparso di vino e di olio, ma anche della cenere ricavata dal ceppo bruciato l’anno precedente (“in modo che il ceppo nuovo non avesse paura del fuoco”, spiega Pagliai).
Messo nel camino, il ceppo era bene durasse 12 giorni: arrivasse cioè fino alla Befana. Se così era, per la famiglia i mesi di felicità sarebbero stati, appunto, 12: un anno intero. Per questo una parte delle ceneri doveva essere cosparsa nei campi, per ingraziarsi la loro fecondità.
Di antiche radici celtiche, poi rivisitate dal cristianesimo (“il ceppo nel camino serviva anche per riscaldare il Bambin Gesù”), la pratica oggi è appena ricordata ma in un altro senso: con certi tronchetti, dolci a forma di ceppo, in alcune pasticcerie. Delle tradizioni antiche – aggiunge Pagliai – si è da tempo perso il significato.
Con questi suoi video, postati nelle pagine social di Letterappenninica, lo scrittore intende ricordare l’importanza di “salvare la memoria”. E di “tenere ferme le radici”.


