lunedì, Luglio 13, 2026

Santomato, la tradizione arriva in tavola con la “cena della mietitura”

PISTOIA – Una cena per rievocare il tradizionale “desinare” che seguiva la mietitura del grano nella seconda metà degli anni Cinquanta, e che costituiva un importante momento di festa, di aggregazione e di convivialità nella tradizione contadina della Toscana rurale.

Dopo il buon successo della “cena della battitura” dell’estate passata, il gruppo informale Santomato Storia – costituitosi a inizio 2025 allo scopo di divulgare e valorizzare la storia, le tradizioni e i vari aspetti della vita politica, sociale, economica e religiosa del paese di Santomato durante il secolo scorso – ha deciso di replicare e riproporre anche quest’anno un appuntamento capace di unire storia locale, tradizioni rurali e antichi sapori.

Bonaldo Agresti mentre spiega ai partecipanti alla “cena della mietitura” le preparazioni e gli aneddoti sui piatti del “desinare” (foto di Andrea Capecchi)

Un’occasione per stare insieme nel segno della convivialità, per riscoprire i piatti tipici della cucina rustica e contadina dell’epoca e per compiere un “tuffo” in un passato che i più anziani hanno avuto modo vivere in prima persona, tra ricordi d’infanzia e di adolescenza, mentre per le nuove generazioni si è trattato di una “nuova scoperta” di una cultura e di una tradizione oggi praticamente scomparse.

L’obiettivo è proprio quello di fare in modo che simili tradizioni, che costituiscono un vero e proprio “patrimonio immateriale” di una comunità, non vadano perse o dimenticate, e possano essere tramandate e sopravvivere anche quando purtroppo non vi saranno più i testimoni diretti. I partecipanti all’evento, svoltosi nel parco del Circolo Arci di Santomato, hanno potuto sia assaporare un menù fisso ispirato alla tradizione contadina della mietitura, sia assistere a momenti culturali e musicali che hanno ripercorso la storia e il folklore legati a questa vera e propria “festa contadina” di inizio estate.

“Questa cena ci riporta alla metà del secolo scorso – hanno spiegato gli organizzatori – quando i poderi e gli appezzamenti di Santomato erano coltivati a grano, e tra la fine di giugno e i primi di luglio questo veniva mietuto in un lavoro manuale che vedeva impegnata tutta la famiglia contadina, rappresentando un momento fondamentale per il ciclo agricolo e l’intera economia rurale.

Ci si alzava e si andava nei campi alle prime luci dell’alba, intorno alle quattro del mattino, quando l’aria era ancora fresca: gli uomini avanzavano in fila diagonale impugnando una grande falce fienaia a due mani, le donne e i ragazzi seguivano i mietitori, raccoglievano le manciate di grano appena tagliate e ne formavano i manipoli, legati con spighe di saggina, che poi venivano riuniti in covoni. Al termine di questo duro lavoro, verso l’ora del desinare, le massaie preparavano un pranzo rustico ma sostanzioso per i mietitori, che dovevano ristorarsi e recuperare energie dopo la grande fatica del mattino.

È una testimonianza di un mondo ormai scomparso e di una coltivazione oggi quasi del tutto assente sul nostro territorio: erano tempi diversi, le famiglie contadine vivevano in maniera semplice e frugale, i divertimenti dei ragazzi coincidevano con i lavori rurali che ogni giorno non mancavano mai, la campagna era viva in ogni suo casolare.

È un autentico “viaggio nel tempo” per un desinare che non è replicabile nella sua forma originale e nella sua autenticità e che ci ha costretti ad alcune “variazioni” perché non esistono più i prodotti dell’epoca, per esempio il grano, il pane o il vino che avevano i contadini in quel tempo adesso sono molto complicati da trovare”.

Alcune immagini della “cena della mietitura” presso il Circolo Arci di Santomato (fotografie di Andrea Capecchi)

Un’ultima considerazione riguarda la “lezione” che la cucina contadina dell’epoca ci insegna, con l’utilizzo di tutti prodotti autenticamente “a chilometro zero” provenienti dai campi, dalle aie e dai pollai dei contadini, e con l’assenza di qualsiasi tipo di spreco e scarto alimentare, dal momento che “sull’aia non si butta via nulla” e, per esempio, ogni parte dell’animale macellato veniva riutilizzata nelle varie preparazioni e niente era gettato nei rifiuti.

Il menù della cena della mietitura è stato cucinato dalle cuoche del Circolo Arci di Santomato, coadiuvate dalle volontarie e dai volontari che hanno aderito con entusiasmo e impegno a questa iniziativa, sotto la supervisione e le preziose indicazioni di Bonaldo Agresti, custode e cultore della tradizione gastronomica locale nonché una delle “memorie storiche” di Santomato. Lo stesso Bonaldo nel corso della cena, negli intervalli tra una portata e l’altra, ha spiegato al pubblico la storia dei vari piatti presentati e il loro legame con la civiltà contadina del tempo, aggiungendo aneddoti e curiosità sugli stessi e fornendo alcuni gustosi dettagli sulla loro preparazione.

Dall’uovo sodo ripieno con il suo rosso, capperi e acciughe, ai maccheroni con ragù bianco dell’aia (ottenuto dalla cottura lenta delle carni bianche di faraona, pollo, anatra e coniglio, tutti animali presenti nelle case dei contadini), dalle braciole in marmiffa (fritte e ripassate nel pomodoro con acciughe e capperi) alle erbette saltate, è stato un percorso nel gusto alla riscoperta di sapori a cui oggi forse siamo poco abituati, nel segno di una cucina molto rustica e “ruspante” che ha però riportato al palato la genuinità del mondo agricolo, esaltando l’alta qualità di tutti i prodotti e gli ingredienti utilizzati.

Una citazione merita, tra i dolci, il berlingozzo biscottato all’anice “alla maniera dei sardi”, una piccola “variante” del classico dolce toscano di cui Bonaldo rievoca la storia: “nell’inverno del 1956 una grave gelata uccise tantissimi ulivi soprattutto in Umbria e in Sardegna e da queste regioni i contadini furono costretti a emigrare, molti vennero in Toscana perché vi erano poderi lasciati liberi da poter coltivare. Ricordo che qui a Santomato si stabilì la famiglia Steri, di origine sarda, che portò la tradizione dolciaria dell’isola, famosa per la produzione di pane e dolci con abbondante uso di anice e decorazioni di zucchero e palline colorate”.

Un dolce accompagnato dal vinsanto prodotto dallo stesso Bonaldo Agresti e Massimo Fanciullacci, nel 2018 eletto miglior vinsanto di produzione familiare della Toscana nel concorso regionale di categoria di Montefollonico, caratterizzato dal colore scuro e dal profumo dolce e intenso con un retrogusto complesso di liquirizia, frutti rossi e cannella.

La serata è stata infine allietata dalla musica dal vivo di Rony Bargellini e Nicola Buscioni che con chitarra e fisarmonica hanno coinvolto il pubblico tra stornelli in vernacolo, canti della tradizione popolare e grandi classici della canzone d’autore.

Dopo il “debutto” dello scorso anno, un altro successo in termini di partecipazione (120 coperti) per questa iniziativa, che ci auguriamo possa continuare in altre occasioni per unire convivialità, riscoperta della storia locale e delle antiche tradizioni contadine, conoscenza e valorizzazione di un patrimonio gastronomico e culinario di indiscutibile valore. Un patrimonio, è bene precisarlo, che in quanto tale non deve rimanere gelosamente custodito da pochi e destinato inevitabilmente a scomparire, ma deve essere di tutti, e non per una forma di “nostalgia” verso un passato che non potrà mai più ritornare, ma per la conservazione di una memoria condivisa e collettiva che appartiene all’intera comunità.

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