di Beatrice Beneforti
PISTOIA – Non sempre i muri dividono, a volte possono diventare una specie di diario e raccontare storie. I graffiti disegnati su alcune pareti interne delle Ville Sbertoli sono il racconto di una parte della vita di Giuliano, quella più drammatica, quella di una gioventù che di fatto non ha mai vissuto.

Non è stato facile risalire all’autore, soprattutto quanto questo è deceduto da tempo.
Giuliano ha vissuto per quarant’anni (dal 1952 al 1991) nel manicomio della nostra
città dove ha lasciato una testimonianza drammatica della sua esistenza negata, sui muri delle ville che ha abitato.
Ritrovare le sue tracce, il suo nome, il suo volto non è stato semplice. Ci sono voluti sette mesi e tanti viaggi dentro e fuori dagli uffici comunali, cimiteri, case di ex infermieri del manicomio. Ma grazie alle innumerevoli interviste, alle testimonianze, siamo riusciti a rintracciare i parenti suonando al centesimo, ultimo e giusto campanello della campagna attorno a Massa e Cozzile.

Ci apre la porta una signora anziana un po’ sbigottita e perplessa. Poi arriva il nipote di Giuliano, Paolo, che ci fa accomodare in giardino e inizia a raccontare.
Giuliano era un uomo semplice, ci racconta, con la passione per la natura e per la caccia. Un uomo timido e di poche parole che a vent’anni era stato allontanato dalla sua Massa e Cozzile per
andare a fare il militare nella lontana Gorizia. Erano gli anni cinquanta e l’uomo veniva per la prima volta allontanato dalla tranquillità della sua famiglia a centinaia di chilometri, per poi subire gli abusi purtroppo tipici all’epoca, delle istituzioni chiuse.
Durante il periodo di leva, Giuliano iniziò a sviluppare quei sentimenti oscuri che poi sono stati diagnosticati come malattia mentale.

Ma quando partì era sanissimo, altrimenti non avrebbe potuto svolgere il servizio militare, per questo la famiglia intuì che qualcosa non andava. Suo padre per primo, durante le brevi licenze concesse al suo primogenito, si accorse che il giovane stava subendo cose che lo avrebbero cambiato per sempre. Quando si rese conto che il figlio era diventato vittima di soprusi e violenze, fece di tutto per riaverlo con sé a casa, al sicuro. Non fu cosa semplice, non potendolo congedare, l’Esercito cominciò a trasferire Giuliano da un ospedale militare all’altro.
Il congedo era affidato a un’unica soluzione: l’autorizzazione scritta e firmata dai genitori nella quale si richiedeva alla famiglia di sollevare da ogni responsabilità medica l’istituzione militare. Pur di riaverlo a casa e non del tutto coscienti di quello che stavano per sottoscrivere, i genitori di Giuliano firmarono il foglio fidandosi della solidità delle istituzioni, una scelta costata alla famiglia migliaia di lire prima, ed euro dopo, in avvocati per riuscire a far avere al figlio maggiore almeno la pensione di invalidità militare. Ma ogni tentativo fu inutile.

Comunque Giuliano nonostante queste vicissitudini, riuscì a tornare a casa dove venne accolto e monitorato dalla seppur talvolta cruda quotidianità contadina degli anni Cinquanta. Fino a quando, a un certo punto, non successe un episodio che lo riportò di colpo in un altro luogo di segregazione: il manicomio.
Tutto avvenne in un attimo, quando una mattina durante un lavoro intorno al forno a legna, Giuliano fu spaventato da qualcosa che nessuno è riuscito mai a capire, terrorizzato a tal punto da avere l’istinto di mettere sua madre dentro il forno. Un pensiero che fortunatamente non si materializzò. Ma si rese conto lui stesso della gravità del pensiero e del disagio che stava vivendo, così si nascose per tre giorni nel bunker di guerra che si trovava nel bosco vicino casa.
Dopo 72 ore di ricerche disperate, il fratello minore, che seppe fin da subito che Giuliano era andato a rifugiarsi nel loro nascondiglio preferito, si convinse a chiamare i carabinieri i quali lo trasferirono immediatamente alle Ville Sbertoli dichiarandolo pericoloso per sé e gli altri.
Da quel giorno l’intera vita di Giuliano trascorrerà alle Ville, passando da un locale all’altro, per questo i suoi disegni sono così numerosi e ricchi di dettagli.

Ripetitivi nel tema ma coerenti con la sua personalità, i disegni e le scritte affidate alle pareti ci riportano a una dimensione rurale fatta di fiori, fucili da caccia e uomini stilizzati. Ma ce ne sono anche altri, precedenti a questi, dove l’autore scriveva ricette o liste della spesa o quello che succedeva all’interno del manicomio.
Per capirlo abbiamo dovuto chiedere al nipote il significato di certe frasi che riemergono più volte in questi scritti. Nello specifico ci siamo chiesti cosa volesse dirci Giuliano quando si firma “Sode xo”. Per il nipote Paolo quel “Sode” significava “ce ne danno sode”.
Ma Giuliano non scriveva per i posteri, scriveva e disegnava e basta. Non faceva altro che questo mentre fumava le sue mille sigarette.
Il momento migliore per disegnare sui muri era la notte, quando tutti dormivano, quando lui, avvolto da un silenzio tombale, lontano dalle urla degli altri pazienti, accendeva un lume, spostava piano gli armadi e iniziava, o continuava un disegno.
Durante il giorno non riceveva molte visite perché non ne voleva. Preferiva non vedere i genitori né il fratello ritenendolo in parte responsabile del suo isolamento lassù, a Collegigliato.
Quando poi suo nipote, intorno agli anni ottanta, divenne il suo tutore legale, lui lo accoglieva volentieri. Insieme a Paolo arrivavano sigarette e colori. Non chiedeva altro anche per non gravare sulla famiglia che è sempre stata umile e modesta.
Giuliano ogni tanto usciva nel parco del manicomio ma il suo piccolo capanno era un’altra cosa.
Non chiedeva niente, non ha mai chiesto niente dalla vita.
Per tutto il tempo trascorso alle Ville Sbertoli, rimase il ragazzo timido e di poche parole che era sempre stato. Onesto con se stesso, arrivando a maturare il rigore che gli permise di costruirsi dei confini dove poter esprimere i propri sentimenti.
Tutto questo andò avanti fino alla chiusura dei manicomi, nel 1991, anno in cui venne trasferito in una casa di cura vicino all’abitazione di famiglia dove morì per un tumore.
Ora Giuliano è sepolto nel cimitero vicino casa ma lontano dalle sue opere, testimonianza indelebile di un dolore immenso affidato a quei graffiti sulla parete.
E che si spera vengano in qualche modo salvati.










