di Francesco Belliti
PISTOIA – La serie con Cantù ci sta insegnando che gli amanti dei pronostici non riescono a vedere oltre il loro naso e che, di fronte ad una squadra che non smette di crederci, tutto può essere rimesso in discussione. Non si parla di sogni o di altre cose che concernono l’iperuranio, ma di volontà e di perseveranza dinanzi ad un’avversaria che appare sempre in procinto di ribaltarti in poche azioni, anche quando obiettivamente non brilla. Perché sopravvivere alle bombe dei vari Logan, Baldi Rossi, Stefanelli e Bucarelli è roba degna di Rocky Balboa.

Questa è, in effetti, Pistoia: la sfavorita di turno, immatura ed irrealizzata, imperfetta e grezza. Ma anche solida, arcigna e battagliera fino alla fine dei quaranta minuti, quando poco prima i soliti, costosissimi noti parevano aver rimesso tutto secondo quello che sarebbe l’ordine delle cose. E quindi succede che Gianluca Della Rosa, capitano e pistoiese doc, firma la pronta risposta al primo pareggio di Cantù. Succede che Angelo Del Chiaro si scrolla di dosso tutta una stagione tra l’incostanza e un infortunio pesante, mostrando tutto il suo potenziale.
Succede anche che Matteo Pollone, nel suo essere perfetto esempio di giocatore silente e funzionale, tira fuori immediatamente un’aggressività che ispira da subito tutti i suoi compagni. Succede che Zach Copeland, in una serie che lo vede sofferente e sempre sul punto di crollare, infila in transizione un gioco da tre dal nulla e convince tutti che anche questa gara sarà di Pistoia. C’è Gregorio Allinei che in gara-3 parte in quintetto e non gli tremano le gambe. C’è Gabriele Benetti che si butta ogni pallone e dà battaglia contro gente del calibro di Da Ros, Baldi Rossi e Hunt.
Certo, ci sono anche e soprattutto Varnado, Magro e Wheatle: la forza bruta e la fisicità che rendono i biancorossi una delle squadre più ostiche da affrontare. Ma c’è, soprattutto, Lorenzo Saccaggi con la sua spalla malandata, che scende in campo contro ogni precauzione, visto che un infortunio simile lo aveva tenuto fuori per tre settimane durante la pre-season.
Appunto, pensare a dove, quando e come si è iniziata la stagione. Il Dio della pallacanestro, semmai ce ne sia uno, dovrebbe premiare questo. Il progetto, gli uomini che lo mettono in campo e lo portano avanti dal giorno numero uno all’ultimo. Vedremo se sarà martedì o più in là, ma il riconoscimento resta ed è meritato. Un’idea di basket che ha come autori il diesse Marco Sambugaro, coach Nicola Brienza e il suo staff e che da due anni va oltre le casse e i rapporti di forza che regolano questa scadente A2, tra nobili decadute troppe volte e piccole realtà che fanno passi più lunghi della gamba.
Le due partite al PalaCarrara hanno fatto rivedere lo spettacolo di un pubblico che fosse espressione di quello che i suoi beniamini mostravano in campo. Vuoi la rivalità con Cantù, vuoi l’importanza della gara, in questi giorni hanno taciuto quelli che “Pistoia non vuole salire”, allo stesso modo di chi parlava di “Sogno A1”. Finché questa squadra continuerà a scendere in campo, anche se verrà fatto troppo tardivamente, bisognerà stare attenti ad usare parole come “volere” e “sognare”. Perché questo sport si gioca proprio sulla voglia di vincere, mentre i sogni li fanno i ragazzini al campetto.
Comunque vada martedì sera, quello che dovrà restare è un gruppo che ha fatto qualcosa di straordinario per due anni di fila, il più delle volte in silenzio e nel silenzio che c’era attorno. Quello che verrà dopo, soprattutto nel caso si arrivi alla fine della stagione, sarà doveroso raccontarlo e domandarlo a chi di dovere. Perché il futuro non è qualcosa che deve spaventare o restare nascosto, specie se il presente riesce a riservare emozioni così forti, come non si sentivano da diversi anni.





