domenica, Maggio 31, 2026

Qualche riflessione sui Dialoghi di Pistoia e sul proliferare dei festival culturali

di Marco Cei

PISTOIA – L’indubbio successo di pubblico dell’ultima edizione dei Dialoghi di Pistoia, con diversi esauriti negli incontri in programma non deve esimere la Fondazione Caript che li organizza, ma direi tutta la città, a guardare con occhio attento l’esperienza quasi ventennale, prima come Dialoghi sull’Uomo (prima edizione nel 2010) poi targati direttamente Pistoia (dal 2022); diciassette edizioni permettono sicuramente un bilancio ponderato, allargando lo sguardo a tutto il settore.

Il tendone di Dialoghi in piazza del Duomo

Appena concluso quello pistoiese, infatti, è già il tempo di un nuovo festival a pochi chilometri di distanza, nato da poco ma ricco di proposte accattivanti, sia per il tema (il Desiderio) che per i protagonisti invitati: Seminare Idee Festival – Città di Prato.

Non si pensi che questa vicinanza sia un caso isolato, in quanto ormai in Italia gli appuntamenti culturali di questo tipo sono ormai centinaia e centinaia, migliaia se includiamo anche quelli musicali.

Il format iniziale di Pistoia non ha subito eccessive variazioni, con un numero elevato e sempre crescente di incontri (dai 20 circa della 1a edizione ai quasi 50 di questo anno) dislocati in diverse sedi cittadine; all’inizio erano state allestite strutture di riparo temporanee in 3 o 4 piazze, oggi limitate a una sola molto capiente in piazza del Duomo. Nel corso delle edizioni altri spazi della città sono stati coinvolti nello svolgimento di incontri, dai classici teatri (Manzoni e Bolognini) e cinema (Lux) alla Cattedrale ex Breda. In linea di massima, comunque, insieme alla concentrazione nel tempo (dal pomeriggio del venerdì alla sera della domenica) si è assistito a una analoga nello spazio, quasi tutto gravitante intorno alla piazza del Duomo.

Il cuore dei Dialoghi è stato individuato da Giulia Cogoli, ideatrice e direttrice: “Tutti assieme stiamo compiendo da diciassette  anni un percorso per meglio comprendere la realtà che ci circonda, spinti dall’interesse per gli altri e per le altre culture, nella consapevolezza di essere su una imbarcazione comune, in un viaggio antropologico attorno all’umanità”. 

Alcune immagini della lezione di Alessandro Barbero sul valore del corpo nel Medioevo per i Dialoghi di Pistoia (fotografie di Giovanni Fedi)

Intorno a questo cuore sono stati individuati 17 temi annuali, dal 2010 al 2026:

  • L’identità: noi e gli altri
  • Il corpo che siamo
  • Dono dunque siamo. Donare, scambiare, condividere per una società più equa.
  • L’oltre e l’altro. Il viaggio e l’incontro
  • Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni
  • Le case dell’uomo. Abitare il mondo
  • L’umanità in gioco: società, culture e giochi
  • La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi.
  • Rompere le regole: creatività e cambiamento
  • Il mestiere di con-vivere: intrecciare vite, storie e destini
  • I linguaggi creano il mondo: voci, suoni e segni per una nuova umanità
  • Altri orizzonti: camminare, conoscere, scoprire
  • Narrare humanum est. La vita come intreccio di storie e immaginari
  • Umani e non umani. Noi siamo natura
  • Siamo ciò che mangiamo? Nutrire il corpo e la mente 
  • Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere
  • Corpi in divenire. Mappe, sfide e confini dell’umano

Dal 2010 la Fondazione Caript finanzia generosamente il festival con quasi mezzo milione di euro ogni anno, ritenendolo perfettamente rispondente agli obiettivi statutari, in particolare a quello di crescita culturale e sociale del suo territorio, e ha delegato la sua organizzazione alla struttura culturale di Giulia Cogoli.

Alzando lo sguardo

Questo è un quadro molto sintetico dello stato dell’arte dei Dialoghi di Pistoia, a cui vorrei aggiungere alcune considerazioni ed opinioni, perciò inevitabilmente soggettive, guardando anche a cosa sta succedendo intorno. Del progressivo e inarrestabile proliferare dei Festival culturali si sono occupati in molti, raccontandone il boom e paventandone una saturazione, fra questi Luca Ferraris, specialista di cultura contemporanea, che in un suo articolo affronta pregi e difetti, che si possono attagliare perfettamente anche ai Dialoghi di Pistoia. Ne sintetizzo qui alcuni.

Giulia Cogoli, direttrice dei Dialoghi (foto di Laura Pietra)

Format
Con il nuovo millennio il festival culturale si è rivelato un formato dominante: che sia su letteratura, filosofia, cinema, arte, economia, il numero di festival è cresciuto costantemente, soprattutto nei contesti urbani medio-piccoli, dove l’evento è diventato fattore di visibilità.

Perché funzionano
Durano pochi giorni, concentrano contenuti, rappresentano un investimento relativamente contenuto rispetto a istituzioni permanenti come musei o teatri, al pubblico offrono un accesso facile a contenuti complessi, spesso con un linguaggio divulgativo.

L’evento effimero
Una delle critiche riguarda l’impatto economico reale, in quanto generano flussi temporanei: alberghi pieni, ristorazione attiva, attenzione mediatica concentrata, ma questi benefici sono spesso limitati nel tempo senza ricadute strutturali sul tessuto culturale. Terminato l’evento, il territorio torna alle condizioni precedenti.

Il pubblico ambiguo indicatore
La valutazione del successo di un festival è affidata ai numeri: presenze, biglietti venduti, follower, copertura mediatica. Ma questi indicatori non misurano la qualità dell’esperienza culturale, non garantiscono profondità e sedimentazione.

Il rischio della standardizzazione
Con la proliferazione dei festival emerge un altro fenomeno: la standardizzazione del format. Programmi simili, ospiti ricorrenti, formule replicabili. La circolazione degli stessi nomi e degli stessi temi produce un effetto di déjà-vu culturale. Gli eventi perdono specificità e diventano intercambiabili.

Verso modelli più sostenibili
Negli ultimi anni si osservano ripensamenti: alcuni festival estendono la loro attività oltre i giorni ufficiali, creando programmi annuali, residenze, collaborazioni con scuole e università. Altri riducono la scala per rafforzare il radicamento locale. Sono segnali di maturazione del modello.

Meno eventi, più progetto
La domanda non è se i festival debbano scomparire, ma come debbano evolvere. In un panorama ormai affollato, la differenza non la fa la quantità, ma la qualità progettuale. Meno eventi, più continuità. Meno palcoscenico, più territorio. Solo così il festival può tornare a essere uno strumento culturale e non solo effimera promozione.

C’è infine una iniziativa promossa da Arci (Festa! Il manifesto dei festival),  sviluppata nelle forme di una riflessione collettiva e finalizzata in un documento leggibile su dirittoallafesta.it che cerca di analizzare il formato del festival e delle molte sue distorsioni: l’eventificazione, i grandi numeri, la trasformazione a base culturale di alcuni luoghi o location, creazione di grandi macchine di consenso e consumo.

Qualche considerazione

Con queste premesse, dovremmo oggi domandarci se il nostro festival riesca ad abitare un luogo e non a trasformarlo in location da cartolina, e contribuire anche a costruirlo dal basso per una partecipazione culturale di un territorio o di una comunità di persone. Ecco allora qualche modesta considerazione e proposta.

Tutti gli anni guardo il programma dei Dialoghi e noto una scaletta sempre più bulimica e ansiogena, perché talvolta gli incontri si sovrappongono o comunque esigono una presenza continuativa; sembra quasi di entrare in uno di quei ristoranti “All you can eat” dove ti spingono a mangiare senza limiti, perché il valore aggiunto risiede nella quantità. Invoco qui Carlo Petrini e il suo Slow Food, per una offerta culturale più posata e di maggiore qualità, per poter meglio gustare gli incontri, ora sempre contingentati in tempi ristretti. A questa richiesta di rallentare i tempi potrebbe rispondere anche una diluizione del programma, con incontri posti al di fuori dei tre giorni canonici, casomai per appuntamenti di particolare risonanza, capaci anche da soli di attrarre a Pistoia per un solo giorno, ovviamente sempre facenti parte del tema della specifica edizione. La permanenza a Pistoia di visitatori da fuori permetterebbe una scoperta più consapevole e tranquilla del nostro territorio con la possibilità, fra l’altro, di visitare le città d’arte vicine a costi più accessibili.

Un altro aspetto sul quale intervenire riguarda la sostenibilità, di quanta energia venga dispersa per la organizzazione di una macchina culturale così complessa e concentrata. Buona parte delle risorse e del tempo sono dedicate alla struttura temporanea dentro alla quale si svolgono quasi tutti gli incontri. A seconda del clima, succede che dentro al grande tendone ci siano condizioni al limite della vivibilità, fra l’altro destinate ad aggravarsi con il riscaldamento globale in atto. Pistoia ha un patrimonio pregiato di chiese e conventi, con particolare riguardo al romanico: hanno condizioni climatiche e spazi molto adatti per ospitare da 100 a 200 utenti, espandibili con le risorse tecnologiche sempre più potenti. In questo modo, oltre al risparmio di tempo, di lavoro e di denaro occorrenti per strutture effimere, potremmo far conoscere meglio e rivitalizzare il nostro patrimonio culturale, casomai con opere di riqualificazione che rimarrebbero strutturali.

Related Articles

Rispondi

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

ULTIMI ARTICOLI